La tragedia dei cinque subacquei italiani alle Maldive: dinamica, interrogativi e lezioni di sicurezza

Nel maggio 2026 cinque subacquei italiani persero la vita durante un’immersione in una grotta sommersa nell’atollo di Vaavu, alle Maldive. Una tragedia complessa, le cui cause definitive devono ancora essere accertate, ma che impone una riflessione sulla subacquea profonda, sugli ambienti ostruiti e sulla gestione del rischio.

La tragedia nell’atollo di Vaavu

Il 14 maggio 2026 un’immersione nelle acque dell’atollo di Vaavu, alle Maldive, si trasformò in una delle più gravi tragedie subacquee che abbiano coinvolto cittadini italiani negli ultimi anni.

Cinque subacquei italiani persero la vita all’interno del sistema di grotte sommerse di Dhekunu Kandu, conosciuto anche come Thinwana Kandu, nei pressi dell’isola di Alimathà.

Le vittime furono:

  • Monica Montefalcone, docente di ecologia marina all’Università di Genova;
  • Giorgia Sommacal, figlia di Monica Montefalcone;
  • Muriel Oddenino, ricercatrice;
  • Federico Gualtieri, biologo marino;
  • Gianluca Benedetti, istruttore subacqueo.

Non si trattava quindi di un gruppo di turisti alla prima esperienza. Tra loro vi erano persone con competenze scientifiche, conoscenza dell’ambiente marino e significativa esperienza subacquea.

Proprio per questo motivo, la tragedia ha sollevato numerosi interrogativi sulla pianificazione dell’immersione, sulla configurazione dell’attrezzatura, sulla gestione del gas e sulla reale natura dell’ambiente esplorato.

È importante precisare che le cause definitive dell’incidente devono ancora essere stabilite dalle autorità competenti. Le ricostruzioni disponibili permettono di formulare ipotesi, ma non di attribuire con certezza responsabilità o stabilire una sequenza conclusiva degli eventi.

L’immersione nelle grotte di Dhekunu Kandu

Il gruppo si trovava alle Maldive nell’ambito di una crociera subacquea a bordo della nave Duke of York.

Il sito scelto per l’immersione era Dhekunu Kandu, nell’atollo di Vaavu, caratterizzato da cavità e passaggi sommersi situati a grande profondità.

Secondo le prime informazioni diffuse dopo l’incidente, i subacquei avrebbero raggiunto una quota compresa indicativamente tra 50 e 60 metri.

Una profondità simile, associata alla penetrazione in una grotta, colloca l’attività ben oltre l’ambito della normale immersione ricreativa.

Non si trattava infatti di una semplice rientranza nella parete, nella quale fosse sempre visibile la luce proveniente dall’esterno, ma di un vero ambiente ostruito, con zone prive di luce naturale e senza possibilità di risalire direttamente verso la superficie.

In una grotta sommersa, per iniziare la risalita non basta dirigersi verso l’alto: è prima necessario ritrovare e raggiungere l’uscita.

La conformazione della grotta

La ricostruzione preliminare effettuata durante le operazioni di recupero descrive un sistema costituito da una prima grande camera, simile a una caverna, dalla quale partirebbe un tunnel diretto verso una seconda camera più interna.

La seconda camera sarebbe completamente priva di luce naturale e caratterizzata dalla presenza di un fondale sabbioso.

In un ambiente del genere, il sedimento può rappresentare un pericolo estremamente serio. Una pinneggiata non controllata, il contatto con il fondo o il passaggio ravvicinato di più subacquei possono sollevare sabbia e particelle, riducendo la visibilità fino ad azzerarla completamente.

Durante le ricerche sarebbe stato individuato anche un tunnel laterale che si diramava dalla seconda camera, nelle vicinanze del passaggio utilizzato per entrare.

Quattro dei subacquei furono trovati nella stessa zona, all’interno di questa diramazione. La loro posizione ha fatto ipotizzare che possano avere imboccato un corridoio laterale mentre tentavano di ritrovare l’uscita.

Si tratta, tuttavia, di una valutazione preliminare e non di una conclusione giudiziaria definitiva.

La possibile sequenza dell’incidente

Gianluca Benedetti fu trovato nei pressi dell’imboccatura della grotta, mentre gli altri quattro componenti del gruppo si trovavano più all’interno.

Questo elemento potrebbe indicare che Benedetti fosse riuscito ad avvicinarsi all’uscita oppure che si trovasse in una posizione differente al momento dell’emergenza.

Non è stato ancora chiarito pubblicamente se stesse cercando di uscire, di richiamare aiuto o di assistere gli altri componenti del gruppo.

Una delle ipotesi considerate più compatibili con la posizione delle vittime è quella di un disorientamento all’interno del sistema di grotte.

La perdita dell’orientamento potrebbe essere stata aggravata da diversi fattori:

  • assenza completa di luce naturale;
  • riduzione o perdita totale della visibilità;
  • presenza di sedimento sul fondale;
  • profondità elevata;
  • stress crescente;
  • elevato consumo del gas respiratorio;
  • possibile difficoltà nel ritrovare la linea o la via di uscita.

Una volta imboccata una diramazione sbagliata, il gruppo potrebbe essersi allontanato ulteriormente dall’uscita.

A 50 o 60 metri di profondità il consumo di gas è molto più elevato rispetto alla superficie. Ogni minuto trascorso cercando il passaggio corretto riduce quindi rapidamente il margine disponibile per risolvere l’emergenza.

Le ipotesi emerse dopo l’incidente

Nei giorni successivi alla tragedia furono avanzate numerose ipotesi.

Si parlò inizialmente di una forte corrente capace di trascinare i subacquei all’interno della grotta, di un possibile effetto di risucchio, di narcosi da azoto, di problemi con le miscele respiratorie o di un improvviso esaurimento del gas.

Nessuna di queste ipotesi può però essere considerata definitivamente accertata.

La teoria di un forte risucchio prodotto dalla corrente avrebbe perso consistenza dopo l’esplorazione e la mappatura della cavità. Le valutazioni preliminari si sarebbero concentrate maggiormente sulla possibilità che il gruppo non fosse riuscito a ritrovare la via di uscita.

Non si tratta semplicemente di “finire l’ossigeno”

L’espressione secondo cui un subacqueo sarebbe morto perché avrebbe “finito l’ossigeno” è spesso utilizzata impropriamente.

Durante un’immersione non si respira necessariamente ossigeno puro. A seconda della pianificazione e della profondità possono essere utilizzate aria, Nitrox, Trimix o altre miscele.

Il problema corretto da considerare è quindi l’eventuale esaurimento del gas respiratorio disponibile, indipendentemente dalla sua composizione.

Per comprendere la reale dinamica dell’incidente sarà necessario valutare:

  • le miscele contenute nelle bombole;
  • la pressione residua dei gas;
  • i profili registrati dai computer subacquei;
  • la configurazione dell’attrezzatura;
  • le profondità raggiunte;
  • i tempi di permanenza;
  • le eventuali registrazioni video;
  • la presenza e la disposizione delle sagole guida.

Le operazioni di ricerca e recupero

Le operazioni di ricerca si rivelarono immediatamente complesse.

La grande profondità, la conformazione della grotta, la totale assenza di luce e le condizioni ambientali impedirono di procedere come in una normale operazione subacquea.

Dopo i primi tentativi condotti dalle autorità locali, DAN Europe coordinò l’arrivo di una squadra specializzata composta da subacquei tecnici esperti in immersioni profonde e in grotta.

Il team utilizzò:

  • rebreather a circuito chiuso;
  • scooter subacquei;
  • sistemi di illuminazione ridondanti;
  • attrezzature specifiche per ambienti ostruiti;
  • riserve di gas adeguate alla profondità e alla penetrazione.

Le operazioni consentirono di localizzare e recuperare tutte le vittime, oltre alle attrezzature che avrebbero potuto fornire elementi utili agli investigatori.

La morte di un soccorritore maldiviano

Durante le attività di ricerca perse la vita anche il sergente maggiore Mohamed Mahudhee, appartenente alle forze armate delle Maldive.

Il militare accusò un grave malore dopo avere partecipato alle operazioni subacquee di recupero. Secondo le informazioni diffuse, il decesso potrebbe essere stato collegato a una grave forma di malattia da decompressione.

La tragedia ebbe quindi una sesta vittima, dimostrando quanto fossero pericolose non soltanto l’immersione originaria, ma anche le successive operazioni di ricerca.

Perché l’immersione in grotta è diversa

La subacquea in grotta non può essere considerata una semplice estensione dell’immersione ricreativa o dell’immersione profonda.

È una disciplina specifica, caratterizzata da rischi e procedure completamente differenti.

Impossibilità di risalire direttamente

In mare aperto, almeno in condizioni normali, un subacqueo può interrompere l’immersione e dirigersi verso la superficie.

All’interno di una grotta, sopra il subacqueo si trova la roccia. Prima di iniziare la risalita è necessario percorrere a ritroso l’intera distanza che separa il punto di penetrazione dall’uscita.

Assenza totale di luce

In una grotta non si è semplicemente in un ambiente poco illuminato. Nelle zone più interne può esserci oscurità assoluta.

In caso di guasto delle torce, gli occhi non possono adattarsi e non esistono riferimenti visivi utili per ritrovare l’uscita.

Perdita della visibilità

Il sedimento presente sul fondo può essere sollevato dalle pinne o dal movimento dei subacquei, creando una situazione di visibilità nulla.

In queste condizioni, il subacqueo può essere costretto a uscire seguendo la sagola esclusivamente con il tatto.

La sagola guida

In un ambiente ostruito, una sagola guida continua rappresenta il collegamento principale con l’uscita.

La linea deve essere posizionata, controllata e seguita secondo procedure precise. Eventuali diramazioni, salti o attraversamenti richiedono marcatori e tecniche specifiche.

In caso di oscurità o visibilità nulla, la sagola può rappresentare l’unico collegamento concreto tra il subacqueo e l’uscita.

La gestione del gas in ambiente ostruito

La gestione del gas in grotta è molto diversa rispetto a quella adottata in una normale immersione ricreativa.

Non è sufficiente pianificare di riemergere con una determinata pressione residua. Una parte considerevole del gas deve essere conservata per percorrere tutto il tragitto di ritorno verso l’uscita.

La pianificazione deve inoltre considerare il caso in cui un componente della squadra perda completamente il proprio gas e debba condividere quello di un compagno.

Per questo motivo si utilizzano criteri molto conservativi, sistemi indipendenti e configurazioni ridondanti.

Il consumo aumenta con la profondità

A circa 60 metri la pressione ambiente è approssimativamente sette volte quella presente in superficie.

A parità di ventilazione, il gas viene quindi consumato molto più rapidamente. Stress, sforzo fisico, corrente, ansia e difficoltà di orientamento possono aumentare ulteriormente il consumo.

Un errore di navigazione di pochi minuti può diventare decisivo.

Formazione specifica e attrezzatura ridondante

Essere istruttori, divemaster o subacquei con centinaia di immersioni non equivale automaticamente a possedere una formazione da cave diver.

La subacquea in grotta richiede competenze specifiche, tra cui:

  • navigazione mediante sagola;
  • uscita in assenza totale di visibilità;
  • condivisione del gas in spazi ristretti;
  • gestione delle diramazioni;
  • controllo preciso dell’assetto;
  • pinneggiate che non sollevino il sedimento;
  • gestione dei guasti multipli;
  • pianificazione decompressiva;
  • gestione dello stress in ambiente ostruito.

L’attrezzatura normalmente utilizzata comprende almeno:

  • due fonti di gas indipendenti;
  • erogatori separati;
  • più sistemi di illuminazione;
  • strumenti di taglio;
  • computer ridondanti;
  • sagole e rocchetti personali;
  • marcatori di navigazione;
  • configurazioni adatte alla condivisione del gas.

La normalizzazione del rischio

Una delle lezioni più importanti della tragedia riguarda il processo decisionale.

L’esperienza può migliorare la sicurezza, ma può anche generare un’eccessiva familiarità con il rischio.

Un subacqueo molto esperto in mare aperto può sentirsi in grado di affrontare una cavità che, dal punto di vista tecnico, appartiene però a una disciplina completamente differente.

Il passaggio da una parete a una caverna e da una caverna a una grotta può sembrare graduale durante l’immersione. Dal punto di vista della sicurezza, invece, la distinzione è netta.

Quando non è più possibile raggiungere direttamente la superficie o vedere chiaramente la luce dell’uscita, ci si trova in un ambiente ostruito.

Rinunciare non significa fallire

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La prudenza non consiste soltanto nel saper affrontare un problema. Consiste soprattutto nel riconoscere in anticipo un’immersione per la quale non si possiedono formazione, attrezzatura o informazioni sufficienti.

Interrompere l’immersione o decidere di non entrare in una grotta non rappresenta una dimostrazione di paura, ma una scelta consapevole e professionale.

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Evitare giudizi prematuri

Dopo un grave incidente subacqueo si tende spesso a cercare rapidamente una singola causa: una bombola vuota, una corrente improvvisa, una guida sbagliata o un errore individuale.

Gli incidenti complessi, tuttavia, raramente dipendono da un solo elemento.

Più spesso sono il risultato di una concatenazione di fattori:

  • valutazione incompleta del sito;
  • profondità superiore a quella prevista;
  • configurazione non adatta;
  • problemi di orientamento;
  • perdita della visibilità;
  • consumo eccessivo del gas;
  • separazione della squadra;
  • stress crescente;
  • difficoltà di comunicazione.

Analizzare questi fattori non significa attribuire colpe alle vittime. Significa cercare di comprendere la sequenza degli eventi per impedire che una tragedia simile possa ripetersi.

Cinque vite legate al mare

Monica Montefalcone, Giorgia Sommacal, Muriel Oddenino, Federico Gualtieri e Gianluca Benedetti non possono essere ricordati soltanto come i protagonisti di un incidente.

Tra loro vi erano studiosi, ricercatori, giovani professionisti e persone che avevano dedicato una parte importante della propria vita alla conoscenza e alla protezione del mare.

La tragedia ha colpito le loro famiglie, gli amici, il mondo scientifico e l’intera comunità subacquea.

Ricostruire ciò che accadde nella grotta di Dhekunu Kandu è necessario, ma deve essere fatto con rigore, rispetto e prudenza, senza trasformare ipotesi non verificate in certezze.

La lezione più importante

Il mare delle Maldive è straordinario, ma non è un ambiente privo di pericoli.

Profondità, correnti, decompressione e ambienti ostruiti non fanno distinzione tra principianti ed esperti.

La tragedia di Dhekunu Kandu ricorda alcuni principi fondamentali:

  • l’esperienza generale non sostituisce l’addestramento specialistico;
  • una grotta non è una normale immersione profonda;
  • la ridondanza dell’attrezzatura non è un eccesso di prudenza;
  • la gestione del gas deve prevedere anche le emergenze;
  • la possibilità di interrompere l’immersione deve sempre far parte della pianificazione.

Nella subacquea, tornare indietro non rappresenta un fallimento. Molto spesso è la decisione più competente che un subacqueo possa prendere.


Fonti e approfondimenti

Nota: l’articolo è basato sulle informazioni pubblicamente disponibili al momento della pubblicazione. Le cause definitive dell’incidente dovranno essere stabilite dalle autorità competenti. Le indicazioni tecniche hanno esclusivamente finalità divulgativa e non sostituiscono una formazione specifica per la subacquea tecnica o in grotta.

Pier Paolo "Gus" Liuzzo

Mi chiamo Pier Paolo Liuzzo. Vivo a Tortona, una piccola città in provincia di Alessandria, a metà strada tra Milano e Genova. Pilota di linea ed amante del mare; di quello che conserva e racchiude fra le sue acque.

https://www.gusdiver.com

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