Nella storia della guerra sul mare vi sono reparti che vengono ricordati per la potenza delle loro navi, altri per la consistenza numerica, altri ancora per le grandi battaglie nelle quali furono impegnati. La Xª Flottiglia MAS della Regia Marina, invece, conquistò un posto particolare nella storia navale soprattutto grazie a una combinazione molto diversa: pochi uomini, mezzi relativamente semplici, preparazione durissima, inventiva tecnica e una straordinaria determinazione nel portare a termine missioni considerate quasi impossibili.
Questo articolo riguarda esclusivamente la storia dei mezzi d’assalto della Regia Marina e della Xª Flottiglia MAS nel periodo precedente all’8 settembre 1943. Non verranno pertanto affrontate le vicende politiche e militari successive all’armistizio né la formazione che continuò a utilizzare la denominazione Xª MAS nell’ambito della Repubblica Sociale Italiana.
È una distinzione storica importante.
La Xª Flottiglia MAS di cui parliamo qui è quella degli incursori subacquei della Regia Marina, degli uomini dei Siluri a Lenta Corsa, dei barchini esplosivi, dei sommergibili trasportatori e dei nuotatori d’assalto: uomini protagonisti di operazioni come Suda, Gibilterra e soprattutto Alessandria d’Egitto.
La stessa Marina Militare italiana considera quella esperienza all’origine della moderna tradizione degli incursori navali italiani.
Prima della Xª: l’idea di colpire dove il nemico si sente più sicuro
Per comprendere la Xª Flottiglia MAS bisogna tornare alla Prima guerra mondiale.
Nella notte tra il 31 ottobre e il 1º novembre 1918, Raffaele Rossetti e Raffaele Paolucci riuscirono a penetrare nella base austro-ungarica di Pola utilizzando un particolare mezzo subacqueo, la cosiddetta mignatta. L’idea era rivoluzionaria: invece di cercare di superare la superiorità del nemico attraverso grandi unità navali, si potevano utilizzare pochi uomini altamente addestrati capaci di introdursi direttamente all’interno delle basi avversarie.
Negli anni Trenta quella filosofia venne ripresa e sviluppata soprattutto da due ufficiali del Genio Navale: Teseo Tesei ed Elios Toschi.
Nel 1935 cominciarono a lavorare su un siluro modificato capace di trasportare due operatori subacquei e una carica esplosiva sganciabile.
Nasceva quello che sarebbe diventato il Siluro a Lenta Corsa, SLC, destinato a entrare nella storia con un soprannome decisamente meno solenne:
il “maiale”.
La Marina Militare ricorda Tesei e Toschi come gli uomini che ripresero e svilupparono l’esperienza della mignatta, creando l’embrione dei moderni mezzi d’assalto subacquei italiani.
Il “maiale”: tecnologia semplice, missione difficilissima
Il principio del Siluro a Lenta Corsa era tanto semplice da descrivere quanto terribilmente difficile da mettere in pratica.
Due uomini sedevano a cavalcioni su un piccolo mezzo subacqueo dotato di propulsione elettrica. Avvicinandosi all’obiettivo in immersione, dovevano superare reti antisommergibile, pattugliamenti, proiettori, sentinelle e altre difese portuali.
Arrivati sotto una nave, gli operatori staccavano la testa esplosiva del mezzo e la fissavano alla carena dell’unità avversaria.
Una spoletta temporizzata consentiva successivamente agli incursori di tentare l’allontanamento.
La teoria poteva sembrare relativamente lineare.
La realtà era tutt’altra cosa.
Gli uomini operavano per ore nell’acqua, spesso al buio, respirando attraverso autorespiratori a ossigeno dell’epoca e dovendo contemporaneamente orientarsi, governare il mezzo, superare gli ostacoli e risolvere eventuali avarie.
Freddo, stanchezza, problemi tecnici, correnti e perdita dell’orientamento potevano trasformare rapidamente una missione in una lotta per la sopravvivenza.
Ed è proprio qui che emerge uno degli aspetti più impressionanti della storia della Xª: la componente umana era almeno altrettanto importante di quella tecnologica.
Una selezione durissima
Non era sufficiente essere ottimi marinai.
Gli operatori dei mezzi d’assalto dovevano possedere qualità fisiche e psicologiche molto particolari.
La Marina istituì una scuola specifica per i sommozzatori e gli operatori venivano sottoposti a una selezione severissima. Secondo la ricostruzione storica della Marina Militare, solo gli uomini che dimostravano elevate qualità fisiche, morali e caratteriali potevano proseguire nell’addestramento destinato ai mezzi d’assalto.
Le caratteristiche richieste spiegano molto dello spirito che avrebbe contraddistinto il reparto:
- coraggio personale, necessario per affrontare missioni nelle quali la probabilità di cattura o morte era elevatissima;
- disciplina, indispensabile per rispettare tempi e procedure in condizioni estreme;
- autocontrollo, perché il panico sott’acqua poteva essere fatale;
- spirito di squadra, soprattutto nel rapporto quasi simbiotico fra primo e secondo operatore;
- capacità d’improvvisazione, indispensabile quando il piano entrava inevitabilmente in contatto con la realtà;
- competenza tecnica, perché ogni operatore doveva conoscere profondamente il proprio mezzo.
Era una forma di combattimento nella quale l’uomo non poteva semplicemente affidarsi alla macchina.
Doveva conoscerla, comprenderla e, quando necessario, riuscire a continuare anche quando questa smetteva di funzionare.
La nascita della Xª Flottiglia MAS
Alla vigilia della Seconda guerra mondiale gli studi sui mezzi d’assalto ricevettero un nuovo impulso.
Nel 1938 venne costituito il Comando dei Mezzi d’Assalto, inizialmente sotto la denominazione di copertura di 1ª Flottiglia MAS.
Dopo una serie di riorganizzazioni, il 15 marzo 1941, su proposta del capitano di fregata Vittorio Moccagatta, il reparto assunse definitivamente la denominazione di Xª Flottiglia MAS.
La “Decima” avrebbe quindi riunito diverse specialità.
Non soltanto i celebri SLC.
C’erano i barchini esplosivi, mezzi velocissimi che venivano diretti contro la nave bersaglio prima che il pilota si gettasse in mare; gli operatori subacquei; i nuotatori d’assalto; sommergibili modificati per trasportare gli SLC; tecnici, meccanici ed equipaggi indispensabili per consentire agli incursori di raggiungere la zona delle operazioni.
Dietro i pochi uomini che materialmente penetravano nei porti esisteva quindi una complessa organizzazione.
Il successo di un’operazione dipendeva tanto dall’incursore quanto dagli uomini dello Scirè, dai tecnici che preparavano i mezzi, dagli specialisti degli autorespiratori e da chi pianificava navigazione e intelligence.
Gli inizi difficili
La leggenda della Decima potrebbe far pensare a una successione quasi ininterrotta di successi.
Non fu così.
Le prime operazioni furono segnate da fallimenti, problemi tecnici e perdite pesanti.
I tentativi del 1940 contro Alessandria e Gibilterra dimostrarono quanto fosse difficile tradurre un’idea innovativa in uno strumento operativo affidabile.
Il sommergibile Iride, destinato a trasportare gli SLC per una missione contro Alessandria, venne affondato nell’agosto 1940.
Anche altri tentativi fallirono.
Ma la caratteristica più significativa del reparto fu forse proprio quella di imparare continuamente dagli insuccessi.
Ogni missione forniva informazioni.
Gli autorespiratori venivano perfezionati.
I contenitori per trasportare gli SLC sui sommergibili venivano modificati.
Le procedure cambiavano.
L’addestramento diventava sempre più realistico.
Era una forma embrionale di quella filosofia che oggi definiremmo lessons learned.
E nel marzo del 1941 arrivò finalmente il primo grande successo.
Suda: sei uomini contro una base navale
La notte tra il 25 e il 26 marzo 1941 rappresentò una svolta.
Obiettivo era la Baia di Suda, a Creta, utilizzata dalla Royal Navy.
L’attacco sarebbe stato effettuato con sei barchini esplosivi.
Gli uomini della missione erano Luigi Faggioni, Angelo Cabrini, Alessio De Vito, Tullio Tedeschi, Lino Beccati ed Emilio Barberi.
Avvicinati alla zona dai cacciatorpediniere Francesco Crispi e Quintino Sella, i sei mezzi proseguirono autonomamente verso la baia.
Per entrare dovettero superare tre ordini di sbarramenti.
Poi attesero.
Questo particolare rende bene l’idea della disciplina necessaria.
Gli uomini erano già all’interno di una delle principali basi britanniche, ma invece di attaccare immediatamente aspettarono che la luce dell’alba consentisse una migliore identificazione degli obiettivi.
Solo allora Faggioni assegnò i bersagli.
L’incrociatore pesante britannico HMS York venne colpito e messo fuori combattimento; la petroliera Pericles riportò danni gravissimi e andò successivamente perduta.
Se si considera la sproporzione dei mezzi impiegati, l’operazione appare ancora oggi impressionante.
Una grande unità da guerra protetta all’interno di una base navale era stata neutralizzata da uomini arrivati praticamente a pochi centimetri dal bersaglio.
Era la dimostrazione definitiva che il concetto dei mezzi d’assalto funzionava.
Malta: il valore esiste anche nella sconfitta
Non tutte le operazioni ebbero successo.
Una delle più dolorose fu il tentativo contro Malta, nella notte tra il 25 e il 26 luglio 1941.
L’operazione incontrò difficoltà e la reazione britannica fu violentissima.
Tra coloro che persero la vita vi furono anche due figure fondamentali nella storia del reparto: Vittorio Moccagatta, comandante della Xª Flottiglia MAS, e Teseo Tesei.
Tesei era uno degli ideatori del Siluro a Lenta Corsa.
Non era quindi soltanto un progettista.
Volle essere anche uno degli uomini che avrebbero condotto in combattimento la macchina che aveva contribuito a creare.
Nel tentativo contro Malta trovò la morte insieme al secondo operatore Alcide Pedretti.
Da un punto di vista militare l’operazione fu un insuccesso.
Dal punto di vista umano rappresenta però uno degli episodi che meglio spiegano la mentalità degli uomini dei mezzi d’assalto: nessuno pretendeva dagli altri qualcosa che non fosse disposto a fare personalmente.
Gibilterra: il laboratorio permanente della Decima
Un altro grande teatro delle operazioni fu Gibilterra.
La posizione britannica controllava l’ingresso occidentale del Mediterraneo ed era naturalmente protetta e pesantemente sorvegliata.
Eppure diventò il bersaglio di numerose operazioni italiane.
Nel settembre 1941 gli SLC riuscirono ad attaccare alcune unità presenti nella zona di Gibilterra. Successivamente vennero organizzate basi clandestine sempre più ingegnose.
La più celebre fu ricavata all’interno dell’Olterra, una nave italiana internata nel porto spagnolo di Algeciras, praticamente di fronte alla base britannica.
All’interno dello scafo vennero realizzati officine e locali per gli operatori.
Soprattutto venne realizzata una porta subacquea attraverso la quale gli SLC potevano uscire direttamente in mare.
Per gli inglesi, gli attacchi sembravano quindi provenire dal nulla.
L’Olterra rappresenta forse uno degli esempi più straordinari della capacità inventiva della Xª Flottiglia MAS.
Non si trattava più soltanto di progettare un’arma.
Si trattava di costruire clandestinamente un’intera base operativa nascosta all’interno di una nave apparentemente innocua, a pochissima distanza dall’obiettivo.
L’operazione BG6
La notte del 7 maggio 1943, tre SLC uscirono dalla porta sommersa dell’Olterra.
Gli equipaggi erano guidati da Ernesto Notari, Vittorio Cella e Camillo Tadini, con Ario Lazzari, Eusebio Montalenti e Salvatore Mattera.
Le condizioni erano difficilissime.
Le correnti erano forti e i britannici avevano intensificato enormemente le difese dopo i precedenti attacchi.
Venivano lanciate periodicamente bombe di profondità e pattuglie navali sorvegliavano gli ancoraggi.
Nonostante questo, tutti e tre gli equipaggi riuscirono a collocare le cariche.
La mattina successiva le esplosioni danneggiarono gravemente i mercantili Pat Harrison, Mashud e Camerata.
Le operazioni continuarono nell’estate del 1943 e il bilancio complessivo delle azioni condotte nell’area dimostrò ancora una volta quanto una piccola forza speciale potesse obbligare un avversario molto superiore a impiegare enormi energie nella protezione dei propri porti.
Alessandria: la notte che entrò nella storia
Ma se esiste un’operazione destinata a identificarsi per sempre con la Xª Flottiglia MAS, questa è Alessandria d’Egitto.
Dicembre 1941.
Alessandria ospitava una delle più importanti basi della Mediterranean Fleet britannica.
All’interno si trovavano due delle più potenti corazzate della Royal Navy:
HMS Valiant e HMS Queen Elizabeth.
Attaccarle all’ormeggio sembrava quasi impossibile.
Eppure sei uomini avrebbero tentato.
Lo Scirè
Il sommergibile Scirè, comandato da Junio Valerio Borghese, venne modificato per trasportare tre SLC all’interno di cilindri stagni installati sulla coperta.
Il 3 dicembre 1941 lasciò La Spezia.
Dopo aver raggiunto Lero e imbarcato gli operatori, proseguì verso l’Egitto.
La sera del 18 dicembre arrivò davanti ad Alessandria.
Alle 20:47 cominciarono le operazioni di rilascio dei tre SLC.
Lo Scirè aveva fatto la sua parte.
Da quel momento sei uomini erano soli.
I sei di Alessandria
Gli equipaggi erano:
Luigi Durand de la Penne ed Emilio Bianchi.
Antonio Marceglia e Spartaco Schergat.
Vincenzo Martellotta e Mario Marino.
Tre mezzi.
Sei uomini.
Davanti a loro una delle basi navali più protette del Mediterraneo.
Una circostanza fortunata li aiutò: alcune unità britanniche stavano rientrando nel porto e le ostruzioni vennero temporaneamente aperte.
Gli incursori seguirono le navi britanniche.
Erano dentro.
De la Penne e Bianchi contro la Valiant
Il bersaglio assegnato a Durand de la Penne ed Emilio Bianchi era la HMS Valiant.
Durante l’avvicinamento i problemi si accumularono.
Bianchi dovette abbandonare temporaneamente il mezzo per difficoltà legate all’apparato respiratorio.
L’SLC ebbe problemi e finì sul fondo.
De la Penne continuò praticamente da solo.
Con uno sforzo fisico enorme riuscì a trascinare la testata esplosiva sotto la corazzata britannica e ad attivare la spoletta.
Risalito in superficie venne scoperto.
Bianchi era stato catturato poco prima.
I britannici compresero che un attacco era in corso e portarono i due italiani a bordo della Valiant.
De la Penne venne interrogato.
Non rivelò la posizione della carica.
Fu quindi rinchiuso con Bianchi in un locale situato nelle profondità della nave.
Quando mancava circa mezz’ora all’esplosione, tuttavia, chiese di parlare con il comandante della Valiant, Charles Morgan.
E fece qualcosa che racconta molto bene il concetto di valore militare al di là della propaganda.
Disse al comandante britannico che la nave sarebbe esplosa a breve, così da consentirgli di mettere in salvo l’equipaggio.
Non indicò però dove si trovasse la bomba.
Poi venne riportato nel locale dove era stato rinchiuso.
L’esplosione avvenne.
La Valiant fu gravemente danneggiata.
De la Penne e Bianchi sopravvissero.
Tre anni più tardi sarebbe accaduto qualcosa di straordinario.
Quando Durand de la Penne ricevette la Medaglia d’Oro al Valor Militare, a appuntargliela sul petto fu proprio Sir Charles Morgan, l’uomo che comandava la Valiant durante quella notte.
Un gesto rarissimo e probabilmente uno dei più belli esempi di rispetto tra avversari nella storia militare.
Marceglia e Schergat contro la Queen Elizabeth
Antonio Marceglia e Spartaco Schergat ebbero come obiettivo la HMS Queen Elizabeth, nave ammiraglia della Mediterranean Fleet.
La loro missione fu quasi perfetta.
Riuscirono ad arrivare sotto la corazzata, assicurare la carica alla carena e attivare il dispositivo.
Poi abbandonarono il mezzo, raggiunsero terra e tentarono la fuga.
Vennero catturati il giorno successivo.
Ma la loro missione era ormai conclusa.
Alle prime ore del mattino la carica esplose.
La Queen Elizabeth riportò danni gravissimi e rimase fuori servizio per un lungo periodo.
Martellotta e Marino contro la Sagona
Vincenzo Martellotta e Mario Marino ebbero invece come obiettivo la petroliera Sagona.
Anche per loro la missione fu difficilissima.
Martellotta accusò un malore provocato dalle condizioni dell’immersione, ma i due riuscirono comunque a raggiungere il bersaglio e collocare la carica.
Accanto alla petroliera si trovava il cacciatorpediniere HMS Jervis.
L’esplosione danneggiò gravemente entrambi.
Martellotta e Marino furono catturati dopo aver raggiunto terra.
Sei uomini cambiarono temporaneamente gli equilibri del Mediterraneo
Il risultato dell’operazione fu enorme.
Le due corazzate Valiant e Queen Elizabeth furono messe fuori combattimento; la Sagona e il Jervis subirono gravi danni.
La Valiant tornò pienamente operativa soltanto mesi dopo mentre la Queen Elizabeth richiese riparazioni ancora più lunghe, arrivando fino ai cantieri statunitensi.
Tutto questo era stato ottenuto utilizzando tre piccoli mezzi subacquei e sei uomini.
È probabilmente questa sproporzione fra mezzi impiegati e risultato ottenuto che rese Alessandria una delle più celebri operazioni speciali navali della Seconda guerra mondiale.
Non una vittoria ottenuta attraverso una superiorità tecnologica schiacciante.
Ma attraverso preparazione, sorpresa, coraggio e capacità di adattamento.
Gli uomini Gamma
La Xª Flottiglia MAS non era composta soltanto dagli operatori degli SLC.
Esistevano anche i cosiddetti “Gamma”, nuotatori d’assalto capaci di raggiungere autonomamente le navi avversarie e applicare cariche esplosive direttamente agli scafi.
Uno dei più straordinari fu Luigi Ferraro.
Nel 1943 venne inviato segretamente in Turchia.
Operando praticamente da solo e sotto copertura, riuscì ad attaccare mercantili alleati nei porti di Alessandretta e Mersina, utilizzando cariche applicate alle carene delle navi.
Secondo la ricostruzione della Marina Militare, le sue azioni provocarono la perdita totale o parziale di circa 24.000 tonnellate di naviglio mercantile.
Anche questa operazione mostra una caratteristica tipica della Decima.
Non esisteva una soluzione unica.
Ogni obiettivo richiedeva uno strumento differente.
SLC, barchini, nuotatori, sommergibili trasportatori, basi clandestine.
Il mezzo era sempre subordinato alla missione.
Dal Mediterraneo al Mar Nero
Gli uomini e i mezzi della Xª Flottiglia MAS operarono anche lontano dalle basi tradizionali.
Nel Mar Nero, a partire dal 1942, furono impiegati MAS, minisommergibili e mezzi speciali italiani nell’area di Sebastopoli e Balaclava.
La Marina Militare attribuisce a queste unità diversi successi contro naviglio sovietico durante le operazioni del 1942 e 1943.
Era un teatro completamente diverso dal Mediterraneo.
Cambiarono clima, logistica e caratteristiche operative.
Ma ancora una volta gli equipaggi italiani dimostrarono la capacità di trasferire uomini e piccoli mezzi a migliaia di chilometri dalle basi originarie e renderli operativi in tempi relativamente brevi.
Quanto costarono quelle imprese
Raccontare soltanto i successi significherebbe però raccontare metà della storia.
Le operazioni dei mezzi d’assalto ebbero un prezzo altissimo.
Morirono uomini come Teseo Tesei, Vittorio Moccagatta, Licio Visintini e Giovanni Magro.
Andarono perduti sommergibili come Iride, Gondar e Scirè.
Numerosi operatori furono catturati.
Il tentativo contro Malta provocò perdite particolarmente gravi.
Visintini e Magro morirono nel dicembre 1942 tentando di penetrare ancora una volta nella base di Gibilterra.
Quella era la realtà dei mezzi d’assalto.
Ogni missione poteva non prevedere un ritorno.
Eppure gli uomini continuavano a offrirsi volontari.
La Medaglia d’Oro alla Xª Flottiglia MAS
Il 10 giugno 1943 alla Xª Flottiglia MAS venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare.
La motivazione ricordava le numerose operazioni condotte contro porti fortemente difesi e i risultati ottenuti dagli incursori nel Mediterraneo tra il 1940 e il 1943.
Secondo i dati riportati oggi dalla Marina Militare, tra il 10 giugno 1940 e l’8 settembre 1943 i mezzi d’assalto della Regia Marina affondarono o danneggiarono gravemente circa 72.190 tonnellate di naviglio militare e 130.572 tonnellate di naviglio mercantile.
Numeri importanti.
Ma concentrarsi esclusivamente sulle tonnellate significherebbe forse perdere il significato più interessante di quell’esperienza.
I veri valori lasciati dagli uomini della Decima
A distanza di oltre ottant’anni, le imprese della Xª Flottiglia MAS della Regia Marina possono essere osservate fuori dalle passioni politiche del Novecento.
E ciò che rimane è soprattutto una lezione sull’uomo.
La prima è la preparazione.
Il coraggio senza addestramento sarebbe servito a poco. Gli incursori riuscirono a raggiungere obiettivi apparentemente impossibili perché avevano ripetuto procedure, immersioni ed esercitazioni fino a trasformarle in automatismi.
La seconda è l’innovazione.
Tesei, Toschi e gli altri tecnici non disponevano di tecnologie fantascientifiche. Presero ciò che avevano e lo trasformarono in qualcosa di nuovo.
La terza è l’adattamento.
Quando un metodo non funzionava veniva cambiato.
Quando lo Scirè non poteva più operare davanti a Gibilterra venne concepita l’Olterra.
Quando serviva agire in porti neutrali furono utilizzati uomini Gamma.
Quando un mezzo mostrava dei difetti veniva modificato.
La quarta è la fiducia nel compagno.
Su un SLC due uomini affrontavano insieme ore di immersione. La sorte dell’uno dipendeva continuamente dall’altro.
Infine vi era il coraggio.
Non quello astratto della retorica.
Quello molto concreto di uomini che entravano di notte in acqua sapendo di dover attraversare reti, mine, pattuglie e campi difensivi per raggiungere una nave avversaria praticamente con le proprie mani.
Il rispetto del nemico
Forse uno degli aspetti più significativi della storia dei mezzi d’assalto italiani è proprio il rispetto che riuscirono a conquistarsi tra molti degli avversari.
L’episodio della decorazione di Durand de la Penne da parte dell’ex comandante della Valiant ne rappresenta il simbolo più evidente.
Tre anni prima uno aveva cercato di affondare la nave dell’altro.
Eppure, terminato quel capitolo della guerra, un ufficiale britannico poté riconoscere pubblicamente il valore militare dell’uomo che lo aveva combattuto.
È difficile trovare una rappresentazione migliore della differenza tra rispetto per il soldato avversario e odio per il nemico.
Il primo appartiene alle migliori tradizioni militari.
Il secondo no.
L’eredità degli incursori
La storia dei mezzi d’assalto italiani non scomparve con la fine della Seconda guerra mondiale.
Tecniche, esperienze e cultura operativa confluirono progressivamente nei reparti speciali della Marina italiana del dopoguerra.
Oggi il COMSUBIN – Comando Raggruppamento Subacquei e Incursori “Teseo Tesei” porta significativamente il nome dell’ingegnere e ufficiale che contribuì alla nascita del Siluro a Lenta Corsa.
La Marina Militare riconosce esplicitamente questa continuità storica nella propria ricostruzione delle origini degli incursori.
I mezzi sono ovviamente cambiati.
Sono cambiati gli autorespiratori.
Sono cambiate le tecniche d’infiltrazione.
Sono cambiati armamenti, comunicazioni e capacità operative.
Ma alcuni elementi restano sorprendentemente simili:
selezione, addestramento, resistenza fisica, capacità di agire autonomamente, padronanza tecnica e soprattutto controllo psicologico.
Gli stessi principi che permisero a pochi uomini, ottant’anni fa, di entrare nelle basi navali che sulla carta avrebbero dovuto essere inespugnabili.
Conclusione: uomini prima ancora che armi
La Xª Flottiglia MAS della Regia Marina fu uno dei più originali esperimenti di guerra navale speciale del secondo conflitto mondiale.
Ma definirla semplicemente un reparto dotato di armi particolari sarebbe riduttivo.
Il vero sistema d’arma era l’insieme costituito da uomo, mezzo, addestramento e volontà.
La tecnologia forniva una possibilità.
L’uomo doveva trasformarla in risultato.
Nella Baia di Suda furono sei uomini a penetrare attraverso gli sbarramenti.
Ad Alessandria furono altri sei uomini a mettere fuori combattimento una parte fondamentale della Mediterranean Fleet.
A Gibilterra tecnici e incursori costruirono clandestinamente una base dentro una nave.
In Turchia Luigi Ferraro operò praticamente da solo.
Dietro ciascuna di queste imprese vi erano inoltre decine di marinai, tecnici, meccanici, progettisti ed equipaggi che raramente entrarono nei racconti più celebri ma senza i quali nessun incursore avrebbe mai raggiunto il proprio obiettivo.
È questa, probabilmente, l’eredità più interessante della Xª Flottiglia MAS della Regia Marina fino all’8 settembre 1943.
Non un’esaltazione della guerra, che porta inevitabilmente morte e distruzione.
Ma il riconoscimento di qualità umane che possono essere comprese indipendentemente dal periodo storico nel quale furono espresse:
coraggio, lealtà verso i compagni, disciplina, inventiva, spirito di sacrificio, preparazione e capacità di continuare quando tutto sembra andare storto.
Gli uomini dei mezzi d’assalto dimostrarono che una forza numericamente minuscola, quando composta da persone straordinariamente preparate e sostenuta da idee innovative, poteva ottenere risultati strategici enormemente superiori alle proprie dimensioni.
Ed è per questo che nomi come Tesei, Durand de la Penne, Bianchi, Marceglia, Schergat, Martellotta, Marino, Faggioni, Visintini, Ferraro e molti altri appartengono ancora oggi alla storia della marineria italiana.
Al di là della propaganda, al di là delle ideologie e al di là delle vicende politiche che sconvolsero l’Italia negli anni successivi, rimangono le loro imprese sul mare.
E rimane soprattutto una lezione che ogni subacqueo può comprendere perfettamente:
in acqua la tecnologia conta, ma sono preparazione, lucidità, disciplina e rispetto del mare a fare realmente la differenza.
Per questo, ancora oggi, la storia degli incursori della Regia Marina continua ad affascinare marinai, subacquei e studiosi di storia navale.
Perché prima dei mezzi speciali, prima degli esplosivi e prima delle tattiche, c’erano gli uomini.
