Il rebreather rappresenta probabilmente la più affascinante evoluzione dell’autorespiratore subacqueo. A differenza delle normali attrezzature a circuito aperto, nelle quali il gas espirato viene disperso nell’acqua sotto forma di bolle, un rebreather recupera almeno una parte del gas respirato, elimina l’anidride carbonica prodotta dal metabolismo e reintegra l’ossigeno consumato.
Il risultato è un sistema estremamente efficiente, silenzioso e capace di offrire autonomie impensabili con un autorespiratore tradizionale. Questa efficienza, tuttavia, è accompagnata da una complessità tecnica e procedurale decisamente superiore. Un rebreather non è semplicemente una bombola più evoluta: è un vero sistema di supporto vitale, nel quale chimica, elettronica, fisiologia, meccanica e comportamento del subacqueo devono funzionare contemporaneamente.
Avvertenza: questo articolo ha finalità esclusivamente divulgative. L’utilizzo di un rebreather richiede un corso specifico sul modello impiegato, addestramento periodico, rispetto delle procedure del costruttore e una configurazione di bailout adeguata all’immersione programmata.
Perché si chiama rebreather?
Il termine inglese rebreather può essere tradotto come “ri-respiratore” o “apparato che permette di respirare nuovamente”. Il nome descrive esattamente ciò che avviene: il gas espirato non viene immediatamente scaricato nell’ambiente, ma viene fatto circolare all’interno di un circuito respiratorio.
Durante il passaggio attraverso il circuito, l’anidride carbonica viene rimossa da un filtro chimico, mentre l’ossigeno consumato dall’organismo viene reintegrato. Il gas così rigenerato ritorna nuovamente disponibile per l’inspirazione.
È importante precisare che il subacqueo non “ricicla l’aria sporca” nel senso comune del termine. Il sistema deve mantenere nel circuito una miscela respirabile, controllando due elementi fondamentali:
- la rimozione dell’anidride carbonica prodotta dal metabolismo;
- il mantenimento di una pressione parziale di ossigeno compatibile con la vita e con la sicurezza dell’immersione.
Una storia più antica dell’erogatore moderno
La storia dei rebreather è sorprendentemente antica. I primi progetti di apparecchi respiratori autonomi a ossigeno risalgono all’inizio del XIX secolo. Nel 1808 il francese Pierre-Marie Touboulic brevettò un apparecchio che prevedeva la circolazione del gas attraverso un materiale imbevuto di acqua di calce, anche se non esistono prove certe della costruzione di un prototipo funzionante.
Il primo rebreather subacqueo realmente pratico viene generalmente attribuito all’ingegnere britannico Henry Fleuss. Il suo apparecchio fu progettato nel 1876 e brevettato nel 1878. Era composto da una maschera in gomma, un sacco respiratorio, un piccolo serbatoio di ossigeno e un sistema di assorbimento dell’anidride carbonica basato su materiale impregnato di potassa caustica. Nel 1880 una versione dell’apparecchio venne impiegata da Alexander Lambert durante i lavori nel tunnel sotto il fiume Severn.
All’inizio del Novecento Sir Robert Davis sviluppò il Davis Submerged Escape Apparatus, pensato principalmente per consentire agli equipaggi dei sommergibili di raggiungere la superficie in caso di emergenza. Il principio di funzionamento era ancora quello di un circuito chiuso alimentato a ossigeno.
Negli stessi anni anche la tedesca Dräger sviluppò apparecchi respiratori a circuito chiuso destinati all’industria, al soccorso minerario, alla fuga dai sommergibili e successivamente alle operazioni subacquee.
I rebreather nella Seconda guerra mondiale
La caratteristica di non produrre una vistosa scia di bolle rese i rebreather particolarmente interessanti per gli impieghi militari. Durante la Seconda guerra mondiale furono utilizzati da incursori britannici, tedeschi e italiani per avvicinarsi alle unità navali senza essere facilmente individuati dalla superficie.
In Italia divennero celebri gli autorespiratori ad ossigeno impiegati dagli uomini della Decima Flottiglia MAS. Questi apparecchi permettevano immersioni silenziose, ma erano limitati alle basse profondità a causa della tossicità dell’ossigeno respirato a pressioni parziali elevate.
Negli Stati Uniti, Christian J. Lambertsen sviluppò a partire dal 1939 un proprio apparato respiratorio subacqueo a ossigeno. Fu proprio Lambertsen a utilizzare e diffondere l’acronimo SCUBA, derivato da Self-Contained Underwater Breathing Apparatus. Il termine sarebbe poi diventato di uso comune anche per indicare gli autorespiratori a circuito aperto.
Dall’impiego militare alla subacquea tecnica
Per molti decenni i rebreather rimasero confinati soprattutto negli ambienti militari, commerciali e scientifici. I dispositivi disponibili erano costosi, complessi e richiedevano una preparazione specialistica.
Tra gli anni Ottanta e Novanta iniziarono a diffondersi nella subacquea civile alcuni sistemi semichiusi, come i primi modelli Dräger destinati alla fotografia naturalistica e alle immersioni con Nitrox. Il vero passaggio verso il moderno mercato sportivo e tecnico avvenne però nel 1997, quando AP Diving presentò il Buddy Inspiration, indicato dal produttore come il primo CCR elettronico realizzato e distribuito su larga scala.
Da quel momento il rebreather divenne progressivamente uno strumento utilizzato non soltanto dagli incursori o dai professionisti, ma anche da esploratori di grotte, subacquei su relitti profondi, fotografi, biologi marini e subacquei tecnici.
Come funziona un rebreather
Nel circuito aperto il subacqueo inspira gas dalla bombola e lo espira nell’acqua. Soltanto una parte dell’ossigeno inspirato viene effettivamente consumata dall’organismo; tutto il resto viene espulso insieme agli altri componenti della miscela.
Nel rebreather il gas espirato viene invece raccolto e rimesso in circolo. Prima di essere nuovamente respirato deve però essere trattato: l’anidride carbonica viene assorbita chimicamente e l’ossigeno metabolizzato viene reintegrato.
Nei CCR elettronici, sensori dedicati misurano continuamente la pressione parziale dell’ossigeno presente nel circuito. Un controller confronta i valori rilevati con il valore impostato e, quando necessario, comanda l’immissione di ossigeno attraverso un solenoide. Il subacqueo conserva comunque la possibilità di intervenire manualmente con ossigeno o diluente.
I componenti principali
Il circuito respiratorio
Il circuito respiratorio, chiamato comunemente loop, comprende il boccaglio, i tubi corrugati, le valvole unidirezionali, i contropolmoni e il filtro assorbente. Le valvole direzionali fanno sì che il gas percorra il circuito nel verso previsto dal costruttore.
Il boccaglio può essere dotato di un semplice DSV, ossia Dive Surface Valve, oppure di una BOV, Bailout Valve. La BOV consente di passare dal circuito chiuso a un’erogazione in circuito aperto senza togliere il boccaglio dalla bocca.
I contropolmoni
I contropolmoni sono sacchi flessibili che accolgono il gas espirato e restituiscono quello destinato all’inspirazione. Possono essere collocati sopra le spalle, sul torace oppure dietro la schiena.
La loro posizione influisce sul comfort respiratorio, sull’assetto, sull’ingombro frontale e sul lavoro respiratorio. La distanza verticale tra i contropolmoni e i polmoni del subacqueo può modificare la pressione necessaria per inspirare ed espirare, soprattutto quando cambia la posizione in acqua.
Lo scrubber
Lo scrubber è il contenitore nel quale viene collocato il materiale assorbente, generalmente calce sodata. La sua funzione è rimuovere l’anidride carbonica dal gas espirato.
L’anidride carbonica e l’umidità reagiscono con i componenti alcalini della calce sodata, formando principalmente carbonato di calcio e liberando calore. Si tratta quindi di una reazione esotermica. La durata utile del materiale dipende da numerosi fattori: temperatura dell’acqua, profondità, lavoro fisico, produzione metabolica di CO₂, granulometria, modalità di riempimento e caratteristiche del contenitore.
Gli scrubber possono essere principalmente:
- assiali, nei quali il gas attraversa longitudinalmente il materiale assorbente;
- radiali, nei quali il flusso attraversa il materiale dal centro verso l’esterno o viceversa;
- doppi, costituiti da due contenitori utilizzati in serie secondo procedure specifiche.
Il riempimento scorretto può favorire la formazione di percorsi preferenziali, il cosiddetto channeling, attraverso i quali il gas attraversa il filtro senza essere adeguatamente depurato. La gestione dello scrubber deve quindi seguire esclusivamente le istruzioni del costruttore e quanto appreso durante il corso sullo specifico apparecchio.
I sensori di ossigeno
Nei moderni CCR la pressione parziale dell’ossigeno viene normalmente controllata mediante più sensori. La presenza di tre celle galvaniche consente all’elettronica o al subacqueo di confrontare i valori e individuare una cella apparentemente discordante.
La semplice presenza di tre sensori non elimina però ogni possibilità di errore. Sensori della stessa età, sottoposti allo stesso ambiente o interessati dallo stesso problema possono degradarsi in modo simile. Calibrazione, controllo della risposta, sostituzione programmata e verifica dei valori durante l’immersione rimangono quindi indispensabili.
Ossigeno e diluente
Un CCR utilizza normalmente due sorgenti di gas:
- una bombola contenente ossigeno;
- una bombola contenente il diluente.
Il diluente impedisce che il circuito contenga ossigeno puro alle profondità in cui ciò sarebbe pericoloso, compensa la riduzione di volume del loop durante la discesa e permette di eseguire i lavaggi necessari secondo le procedure apprese.
Il tipo di diluente dipende dalla profondità, dal profilo e dalla formazione posseduta. Può trattarsi di aria, Nitrox, Trimix o Heliox. La scelta non può essere improvvisata: deve considerare densità del gas, narcosi, pressione parziale dell’ossigeno e possibilità di respirare il diluente anche in particolari situazioni di emergenza.
ADV, MAV e solenoide
L’ADV, o Automatic Diluent Valve, introduce diluente quando il volume del circuito diminuisce durante la discesa, con un principio simile a quello di un secondo stadio.
Le MAV, o Manual Addition Valves, consentono al subacqueo di aggiungere manualmente ossigeno oppure diluente.
Negli eCCR il solenoide è una valvola elettromeccanica comandata dal controller. Quando la pressione parziale dell’ossigeno scende sotto il valore impostato, il sistema può aprire temporaneamente il solenoide e immettere una piccola quantità di ossigeno.
Controller, computer e HUD
Il controller interpreta i dati provenienti dai sensori e, nei sistemi elettronici, gestisce l’aggiunta automatica dell’ossigeno. Il computer può integrare anche la decompressione, utilizzando come riferimento la pressione parziale realmente misurata nel circuito.
L’HUD, o Head-Up Display, porta davanti agli occhi del subacqueo informazioni essenziali attraverso luci, sequenze luminose o indicazioni numeriche. Alcuni apparecchi possiedono anche un buddy display, visibile dal compagno.
Le principali categorie di rebreather
Rebreather a ossigeno
Il rebreather a ossigeno utilizza ossigeno puro nel circuito. È concettualmente semplice, molto silenzioso e particolarmente efficiente, ma il suo impiego è limitato alle basse profondità a causa del rischio di tossicità dell’ossigeno sul sistema nervoso centrale.
È la tipologia storicamente associata agli incursori militari, alle operazioni clandestine e ad alcuni impieghi professionali specifici.
SCR: circuito semichiuso
Nel Semi-Closed Rebreather una miscela respiratoria viene immessa continuamente o in funzione della respirazione del subacqueo. Una parte del gas viene riciclata, mentre una parte deve essere periodicamente scaricata nell’ambiente.
Il sistema produce quindi alcune bolle e non mantiene necessariamente una pressione parziale di ossigeno costante. Rispetto a un CCR può offrire una gestione più semplice, ma presenta un’efficienza inferiore e richiede comunque una comprensione precisa della composizione della miscela respirata.
mCCR: circuito chiuso meccanico o manuale
In un mCCR l’ossigeno può essere aggiunto mediante un flusso meccanico calibrato, spesso integrato dagli interventi manuali del subacqueo. L’elettronica può limitarsi alla lettura dei sensori e al calcolo della decompressione senza comandare direttamente l’aggiunta di ossigeno.
Questa filosofia riduce la dipendenza da solenoidi e controller, ma richiede grande attenzione, frequente controllo della PPO₂ e una partecipazione più attiva del subacqueo alla gestione del circuito.
eCCR: circuito chiuso elettronico
Nel CCR elettronico il controller comanda automaticamente il solenoide per mantenere la pressione parziale dell’ossigeno intorno al valore selezionato.
Il sistema riduce il carico di lavoro ordinario, ma non trasforma il rebreather in un apparecchio autonomo o infallibile. Il subacqueo deve sapere riconoscere valori anomali, confrontare i sensori, effettuare lavaggi, aggiungere manualmente i gas e abbandonare il circuito quando necessario.
hCCR: sistema ibrido
Un hCCR combina una forma di alimentazione meccanica dell’ossigeno con il controllo elettronico. Il flusso costante può soddisfare una parte del consumo metabolico, mentre il solenoide interviene quando il valore scende sotto il setpoint.
L’obiettivo è combinare i vantaggi della gestione meccanica con quelli del controllo elettronico, introducendo però una logica operativa specifica che deve essere compresa e addestrata.
I vantaggi del rebreather
Grande efficienza dei gas
Il principale vantaggio è la possibilità di utilizzare quasi interamente l’ossigeno trasportato. In circuito aperto la maggior parte dell’ossigeno contenuto nella miscela viene espulsa inutilizzata; nel CCR viene invece reintegrata soltanto la quantità metabolizzata.
Il consumo metabolico dell’ossigeno varia soprattutto con il lavoro fisico e molto meno con la profondità. Questo rende il CCR particolarmente efficiente nelle immersioni profonde, dove il circuito aperto disperde a ogni espirazione grandi volumi di gas compressi.
Miscela respiratoria adattata alla profondità
Un CCR correttamente funzionante può mantenere una pressione parziale di ossigeno relativamente stabile durante ampie porzioni dell’immersione. Di conseguenza, la percentuale di gas inerte presente nel circuito varia con la profondità.
Questo può ridurre l’assorbimento di gas inerte rispetto a molte configurazioni in circuito aperto, ma non elimina la decompressione e non rende innocue le immersioni profonde o prolungate.
Gas caldo e umido
La reazione nello scrubber produce calore e il gas rimane relativamente umido. Il subacqueo respira quindi una miscela generalmente meno fredda e meno secca rispetto a quella proveniente direttamente da una bombola ad alta pressione.
Poche bolle e minore disturbo della fauna
Un CCR correttamente gestito produce pochissime bolle durante la permanenza a profondità costante. Bolle possono comunque essere emesse durante la risalita, in occasione di variazioni del volume del circuito, dallo scarico della maschera o durante determinate manovre.
La ridotta emissione di bolle permette spesso di avvicinare più facilmente pesci e altri animali marini, rendendo il rebreather particolarmente apprezzato nella fotografia e nella ricerca biologica.
Limiti e rischi
Ipossia
Se nel circuito è presente troppo poco ossigeno, il subacqueo può perdere conoscenza senza segnali sufficientemente evidenti. Un circuito apparentemente respirabile può quindi non contenere una quantità di ossigeno compatibile con la vita.
Iperossia
Una pressione parziale eccessiva di ossigeno può provocare tossicità sul sistema nervoso centrale, con possibile comparsa di convulsioni. Sott’acqua una convulsione può determinare la perdita del boccaglio e l’annegamento.
Ipercapnia
L’accumulo di anidride carbonica può essere causato da materiale assorbente esaurito, riempimento scorretto, allagamento, lavoro respiratorio elevato, sforzo eccessivo o malfunzionamento del circuito.
L’ipercapnia può produrre dispnea, cefalea, panico, alterazione delle capacità cognitive e perdita di coscienza. Alcuni subacquei possono inoltre percepire tardivamente l’aumento della CO₂.
Allagamento e cocktail caustico
Quando l’acqua entra nel circuito e raggiunge il materiale assorbente può formarsi un liquido fortemente alcalino, comunemente chiamato caustic cocktail. Il contatto con bocca e vie respiratorie può provocare irritazioni e ustioni chimiche.
Errori umani
Molti incidenti non derivano dalla rottura improvvisa di un componente, ma da una catena di piccoli errori: montaggio scorretto, valvole chiuse, sensori non controllati, scrubber gestito impropriamente, checklist interrotta, gas errato o mancato rispetto dei limiti.
Nel rebreather la disciplina procedurale non è burocrazia: è parte integrante del sistema di sicurezza.
Il problema del bailout
Il subacqueo deve poter abbandonare il circuito respiratorio e completare l’uscita, la risalita e l’eventuale decompressione utilizzando una sorgente alternativa affidabile.
Il bailout non può essere dimensionato soltanto per “arrivare in superficie”. Deve considerare profondità, ambiente, distanza dall’uscita, decompressione, consumo in emergenza, eventuale assistenza al compagno e possibilità di perdita di una bombola.
Recensione dei principali produttori
Non esiste il miglior rebreather in assoluto. Esiste il sistema più adatto al tipo di immersione, alla corporatura, alla logistica, alla formazione disponibile e alla squadra con cui si opera.
La valutazione seguente considera filosofia progettuale, modularità, diffusione, semplicità di assistenza, configurazione e destinazione d’uso dichiarata. Prima dell’acquisto è determinante individuare un istruttore qualificato e un centro assistenza realmente accessibile.
AP Diving – Inspiration evo, evp e xpd
AP Diving è uno dei nomi più importanti nella storia moderna dei rebreather. Nel 1997 introdusse il Buddy Inspiration, contribuendo in modo decisivo alla diffusione dei CCR elettronici nella subacquea sportiva e tecnica. L’attuale famiglia Inspiration comprende configurazioni differenti per dimensioni delle bombole e capacità dello scrubber: evo, evp e xpd. Tutte utilizzano l’elettronica Vision e possono essere configurate con contropolmoni anteriori oppure posteriori.
Punti di forza:
- progetto maturo e sviluppato attraverso numerose generazioni;
- ampia diffusione internazionale;
- buona disponibilità di istruttori, documentazione e ricambi;
- sistema completo e fortemente integrato;
- diverse dimensioni di bombole e scrubber;
- numerosi allarmi, ridondanze e opzioni disponibili.
Aspetti da valutare:
- struttura più voluminosa rispetto ad alcuni CCR minimalisti;
- ecosistema fortemente integrato intorno ai componenti AP;
- numero elevato di opzioni che richiede una configurazione iniziale ben ragionata;
- approccio meno “artigianale” e meno liberamente modificabile rispetto ad alcuni sistemi tecnici.
Giudizio: l’Inspiration è una delle scelte più razionali per chi desidera un eCCR consolidato, completo e supportato da una rete formativa molto ampia. È particolarmente indicato per il subacqueo che preferisce un sistema integrato e documentato invece di una piattaforma estremamente minimalista.
JJ-CCR
Il JJ-CCR nasce con una filosofia chiaramente orientata alle immersioni tecniche, ai relitti e agli ambienti freddi. Il produttore lo descrive come un apparecchio robusto e relativamente semplice nella costruzione, sviluppato originariamente per le esigenze dei relittisti del Baltico.
Utilizza una struttura in alluminio, scrubber assiale ricaricabile, contropolmoni posteriori sopra le spalle, ADV integrato, valvole manuali e un’elettronica basata su Shearwater con controller e HUD indipendente. Il peso dichiarato della versione tradizionale pronta all’uso con bombole da tre litri è superiore a 34 chilogrammi.
Punti di forza:
- costruzione estremamente robusta;
- layout pulito e adatto alle immersioni tecniche;
- elettronica Shearwater molto conosciuta nel settore;
- scrubber ricaricabile di concezione tradizionale;
- buona predisposizione per bombole e attrezzature aggiuntive;
- forte diffusione tra relittisti e speleosub.
Aspetti da valutare:
- peso importante durante il trasporto e la movimentazione a terra;
- dimensioni non ideali per tutti i subacquei;
- impostazione decisamente tecnica, poco orientata al mercato ricreativo;
- minore possibilità di scegliere differenti taglie della struttura rispetto ad altri produttori.
Giudizio: il JJ-CCR è una macchina concreta, robusta e senza concessioni superflue. È particolarmente adatto a chi cerca un CCR da esplorazione, lavora spesso in acque fredde o vuole una configurazione diffusa nelle comunità di immersione tecnica avanzata.
rEvo
Il rEvo si distingue immediatamente per la forma piatta e compatta e per il sistema a doppio scrubber montato in serie. Il produttore propone differenti dimensioni — Standard, Mini e Micro — e configurazioni elettroniche manuali, elettroniche oppure ibride.
Uno degli elementi caratteristici è la gestione ciclica dei due contenitori di assorbente: secondo le procedure previste, viene sostituita una parte del materiale mantenendo l’altro scrubber nel sistema. Alcune configurazioni possono integrare il sistema rMS, che utilizza dati termici per fornire una stima conservativa dell’avanzamento della reazione nel materiale assorbente.
Punti di forza:
- profilo molto sottile e buon assetto idrodinamico;
- disponibilità di più taglie;
- possibilità di scegliere tra mCCR, eCCR e hCCR;
- sistema a doppio scrubber caratteristico;
- ampia scelta di elettronica Shearwater e rEvodream;
- buona reputazione nel mondo delle immersioni profonde e in grotta.
Aspetti da valutare:
- gestione dello scrubber specifica e diversa da quella dei sistemi tradizionali;
- numerose configurazioni possibili, che possono rendere la scelta complessa;
- necessità di conoscere perfettamente la logica del sistema ibrido quando presente;
- assistenza e disponibilità di istruttori da verificare nella propria area.
Giudizio: il rEvo è una soluzione molto tecnica e raffinata, particolarmente interessante per chi attribuisce grande importanza allo spessore ridotto, alla scelta della taglia e alla possibilità di configurare profondamente l’elettronica.
Divesoft Liberty
Il Liberty della ceca Divesoft adotta un approccio fortemente orientato alla ridondanza elettronica e alla modularità. La stessa piattaforma principale può essere utilizzata in configurazione Backmount, Sidemount, Light o Heavy.
Il sistema integra due unità di controllo, due handset, HUD, numerosi sensori e una logica progettata per continuare a fornire informazioni e funzionalità anche in presenza di alcuni guasti. Le versioni attuali condividono la medesima architettura centrale e possono essere convertite mediante kit dedicati.
Punti di forza:
- elevata ridondanza dell’elettronica;
- due display principali e informazioni molto complete;
- piattaforma trasformabile tra diverse configurazioni;
- diagnostica e registrazione dettagliata dei dati;
- progetto moderno e tecnologicamente avanzato;
- versioni dedicate a viaggio, sidemount ed esplorazione pesante.
Aspetti da valutare:
- complessità elettronica superiore alla media;
- costo complessivo generalmente elevato;
- grande quantità di informazioni che richiede familiarità con l’interfaccia;
- dipendenza da un ecosistema tecnologico e da procedure di manutenzione specifiche.
Giudizio: il Liberty è indicato per il subacqueo che desidera un CCR altamente tecnologico, modulare e ricco di ridondanze. È una piattaforma molto interessante per l’esplorazione avanzata, ma difficilmente rappresenta la scelta più semplice o economica.
Poseidon SE7EN+
Poseidon ha cercato di rendere il rebreather più accessibile attraverso un elevato livello di automazione. Il SE7EN+ è l’evoluzione del precedente MKVI e del SE7EN e propone controlli elettronici, verifiche automatiche prima dell’immersione, sistema di bailout integrato e configurazioni espandibili dal settore ricreativo a quello tecnico.
Le versioni più recenti supportano anche sensori di ossigeno digitali a stato solido e diversi accessori elettronici proprietari. Poseidon presenta il SE7EN+ come una piattaforma progressiva, configurabile in funzione dell’addestramento e del tipo di attività.
Punti di forza:
- interfaccia progettata per guidare il subacqueo durante i controlli;
- elevato livello di automazione;
- bailout integrato nel boccaglio;
- piattaforma espandibile;
- forte attenzione alla verifica elettronica dei componenti;
- interessante per fotografia, attività ricreativa evoluta e progressione tecnica.
Aspetti da valutare:
- ecosistema piuttosto proprietario;
- configurazioni e abilitazioni legate ai componenti elettronici utilizzati;
- automazione che non deve indurre il subacqueo a una fiducia passiva nella macchina;
- assistenza, ricambi e istruttori da verificare attentamente nella propria zona.
Giudizio: il Poseidon SE7EN+ è uno dei rebreather più orientati all’automazione e alla progressione dal mondo ricreativo. È adatto a chi apprezza i sistemi integrati e guidati, ma richiede comunque piena comprensione dei principi del circuito chiuso e delle procedure di emergenza.
KISS Rebreathers
Il nome KISS deriva dalla filosofia “Keep It Simple”. Il marchio è storicamente associato ai rebreather meccanici, nei quali il subacqueo controlla attivamente la PPO₂ e l’aggiunta dell’ossigeno non è affidata esclusivamente a un controller elettronico.
La gamma comprende differenti apparecchi, tra cui Spirit, Sidewinder, Classic, Sidekick e il semichiuso GEM. Il Sidewinder è particolarmente noto nel mondo sidemount e speleosub, mentre lo Spirit propone una configurazione dorsale più leggera.
Punti di forza:
- filosofia meccanica relativamente semplice;
- ridotta dipendenza dall’automazione elettronica;
- configurazioni molto apprezzate nell’esplorazione in grotta;
- Sidewinder particolarmente adatto al sidemount;
- buona possibilità di personalizzazione;
- peso contenuto in alcune configurazioni.
Aspetti da valutare:
- maggiore partecipazione del subacqueo alla gestione della PPO₂;
- carico operativo potenzialmente superiore;
- filosofia non adatta a chi cerca un sistema fortemente automatizzato;
- alcuni modelli sono specialistici e non indicati come primo rebreather;
- formazione e disponibilità di istruttori possono essere più limitate.
Giudizio: KISS si rivolge soprattutto al subacqueo che privilegia la semplicità meccanica, la consapevolezza continua e l’adattabilità. Il Sidewinder è diventato un riferimento nelle configurazioni sidemount, ma richiede una formazione specifica e una solida disciplina operativa.
Mares Horizon: l’alternativa SCR
Il Mares Horizon non è un CCR, ma un rebreather semichiuso elettronico. Nasce dalla collaborazione e dall’esperienza maturata da Mares e rEvo ed è pensato per offrire immersioni più lunghe, gas caldo e umido e una minore produzione di bolle rispetto al circuito aperto.
Punti di forza:
- approccio semichiuso orientato anche alla subacquea ricreativa evoluta;
- configurazione relativamente compatta e adatta al viaggio;
- riduzione del consumo rispetto al circuito aperto;
- interessante per fotografia e osservazione naturalistica.
Aspetti da valutare:
- non mantiene la PPO₂ nello stesso modo di un CCR elettronico;
- efficienza inferiore a quella di un circuito completamente chiuso;
- produce periodicamente bolle;
- non deve essere considerato una semplice via intermedia utilizzabile senza formazione specifica.
Giudizio: l’Horizon è un prodotto interessante per chi desidera avvicinarsi al mondo dei rebreather attraverso un moderno SCR, purché ne comprenda chiaramente le differenze rispetto a un CCR.
Confronto sintetico
| Produttore | Filosofia principale | Particolarmente adatto a | Elemento distintivo |
|---|---|---|---|
| AP Diving | eCCR integrato e consolidato | Formazione, immersioni tecniche, relitti | Grande diffusione e rete di supporto |
| JJ-CCR | Robustezza e semplicità costruttiva | Relitti, acque fredde, esplorazione | Struttura molto resistente |
| rEvo | Compattezza e configurabilità | Grotta, profondità, assetto tecnico | Doppio scrubber e differenti taglie |
| Divesoft Liberty | Ridondanza elettronica e modularità | Esplorazione tecnica avanzata | Piattaforma Backmount, Sidemount, Light e Heavy |
| Poseidon | Automazione e progressione | Ricreativa evoluta, fotografia, tecnica | Controlli automatici e sistema integrato |
| KISS | Semplicità meccanica | Grotta, sidemount, subacquei esperti | Gestione manuale e configurazioni specialistiche |
| Mares Horizon | Circuito semichiuso elettronico | Fotografia e immersioni ricreative evolute | SCR compatto e orientato al viaggio |
Come scegliere un rebreather
La scelta non dovrebbe iniziare dal catalogo, dal prezzo o dall’estetica. Prima di acquistare occorre rispondere ad alcune domande fondamentali.
Quali immersioni si vogliono realmente effettuare?
Un apparecchio destinato alla fotografia entro limiti ricreativi non deve necessariamente avere le stesse caratteristiche di un sistema utilizzato per penetrazioni in grotta, relitti profondi o lunghe decompressioni.
Esiste un istruttore qualificato raggiungibile?
La formazione sul rebreather è specifica per unità. Essere certificati su un modello non autorizza automaticamente a utilizzare un apparecchio differente. La presenza di un istruttore competente è importante anche dopo il corso, per aggiornamenti, esercitazioni e risoluzione dei problemi.
Dove si trova il centro assistenza?
Sensori, primi stadi, valvole, elettronica, guarnizioni e componenti del circuito richiedono controlli e manutenzione. Un rebreather eccellente ma privo di ricambi e assistenza nel proprio Paese può diventare difficile e costoso da utilizzare.
Quale modello usa il proprio team?
Utilizzare apparecchi uguali o almeno conosciuti dai compagni facilita i controlli reciproci, la standardizzazione delle procedure e la gestione di un’emergenza. Il compagno dovrebbe sapere riconoscere gli allarmi, chiudere il DSV o la BOV e comprendere la configurazione generale dell’unità.
Come verrà gestito il bailout?
Il peso e l’ingombro del rebreather sono soltanto una parte della configurazione. Occorre considerare anche bombole di bailout, erogatori, eventuali gas decompressivi, sistemi di gonfiaggio e procedure di condivisione.
L’apparecchio è ergonomicamente adatto?
Altezza, posizione dei contropolmoni, lunghezza dei tubi, dimensioni dell’imbrago e distribuzione dei pesi influenzano il lavoro respiratorio e l’assetto. Prima dell’acquisto è consigliabile provare l’apparecchio con un istruttore, possibilmente in acqua.
Nuovo o usato?
Il mercato dell’usato può offrire opportunità interessanti, ma un rebreather non deve essere valutato come un normale jacket o un erogatore.
Prima dell’acquisto occorre verificare:
- numero di serie e anno di produzione;
- storico degli interventi di manutenzione;
- eventuali modifiche non approvate;
- stato dei tubi, dei contropolmoni e delle valvole unidirezionali;
- età e stato dei sensori;
- versione dell’elettronica e disponibilità degli aggiornamenti;
- compatibilità con le configurazioni certificate;
- disponibilità attuale dei ricambi;
- possibilità di eseguire un controllo presso un centro autorizzato.
Il prezzo apparentemente conveniente può perdere ogni vantaggio quando sono necessari nuovi sensori, revisione dei primi stadi, sostituzione dei contropolmoni, aggiornamento dei display o manutenzione straordinaria.
Conclusioni
Il rebreather è una macchina straordinaria. Permette di utilizzare il gas in modo estremamente efficiente, respirare una miscela calda e umida, ridurre le bolle e adattare la composizione del circuito alla profondità.
Questi vantaggi non devono però nascondere la sua vera natura: un rebreather è un apparato di supporto vitale nel quale un errore può produrre un gas apparentemente respirabile ma fisiologicamente incompatibile con la vita.
AP Diving offre una delle piattaforme più consolidate e diffuse; JJ-CCR privilegia robustezza ed esplorazione; rEvo propone compattezza e grande configurabilità; Divesoft Liberty punta sulla ridondanza elettronica e sulla modularità; Poseidon sviluppa un approccio fortemente automatizzato; KISS conserva una filosofia meccanica apprezzata dagli esploratori; Mares Horizon rappresenta invece un’interessante interpretazione moderna del circuito semichiuso.
Il miglior rebreather non è quello con il maggior numero di sensori, il prezzo più alto o la scheda tecnica più impressionante. È quello adeguato alle immersioni realmente programmate, supportato da un istruttore competente, mantenuto correttamente e utilizzato da un subacqueo disciplinato, allenato e disposto a rispettare ogni volta le procedure.
Nel circuito chiuso la tecnologia può assistere il subacqueo, ma non può sostituire conoscenza, attenzione e addestramento.
