Freddo e decompressione: perché avere freddo sott’acqua non è soltanto fastidioso

Il freddo durante un’immersione viene spesso considerato soprattutto un problema di comfort.

“Ho avuto un po’ freddo.”

“Alla fine tremavo.”

“La prossima volta metto un sottomuta più pesante.”

Ma dal punto di vista fisiologico il problema è molto più interessante.

La temperatura corporea influenza la circolazione periferica e, attraverso di essa, può modificare sia l’assorbimento sia l’eliminazione dei gas inerti.

In altre parole:

il freddo non modifica soltanto quanto stiamo bene sott’acqua. Può modificare anche il modo in cui il nostro organismo affronta la decompressione.

DAN considera infatti l’acqua fredda uno dei fattori riconosciuti in grado di aumentare il rischio di decompression illness, insieme a immersioni profonde o lunghe, sforzo importante in profondità e risalite rapide.

La relazione, però, è meno semplice di quanto possa sembrare.

Non possiamo limitarci a dire:

“freddo = più MDD.”

Per comprendere realmente il fenomeno dobbiamo separare l’immersione in due momenti fisiologicamente differenti:

la fase in cui assorbiamo gas inerte

e

la fase in cui dobbiamo eliminarlo.

Ed è proprio qui che la temperatura diventa particolarmente interessante.


Prima di tutto: perché perdiamo calore così facilmente in acqua?

L’acqua sottrae calore al corpo molto più efficacemente dell’aria.

La nostra temperatura interna si mantiene intorno ai 37 °C grazie a un equilibrio continuo tra produzione e dispersione di calore.

Quando entriamo in acqua più fredda della nostra pelle, il gradiente termico favorisce la perdita di calore verso l’ambiente.

Il corpo cerca immediatamente di difendersi.

Uno dei principali meccanismi è la vasocostrizione periferica.

I vasi sanguigni della pelle e delle estremità si restringono.

Meno sangue caldo viene inviato verso:

mani, piedi, braccia, gambe e superficie cutanea.

Il risultato è intelligente dal punto di vista della sopravvivenza:

conservare il calore per gli organi centrali.

Ma questa modifica della circolazione ha anche conseguenze sulla decompressione.


Perfusione: la parola chiave

Per comprendere il rapporto fra temperatura e gas inerti dobbiamo parlare di perfusione.

La perfusione è, semplificando, la quantità di sangue che raggiunge un determinato tessuto.

Il sangue trasporta il gas inerte.

Durante la discesa e il fondo porta azoto o elio ai tessuti.

Durante la risalita e la decompressione fa l’opposto:

raccoglie il gas inerte dai tessuti e lo trasporta verso i polmoni, dove viene eliminato con la respirazione.

La perfusione influenza quindi entrambe le fasi.

Più sangue raggiunge un tessuto, più rapidamente quel tessuto può scambiare gas con il sangue.

Ed è qui che temperatura e decompressione si incontrano.


Fase 1: discesa e fondo — il momento dell’on-gassing

Durante la discesa aumenta la pressione ambiente.

Aumentano le pressioni parziali dei gas respirati.

I tessuti iniziano quindi ad assorbire gas inerte.

Questo processo viene comunemente chiamato:

on-gassing.

Quanto gas viene assorbito dipende da moltissimi fattori, fra cui:

profondità, tempo, composizione della miscela e perfusione dei tessuti.

Ora consideriamo un subacqueo molto caldo.

La vasodilatazione favorisce una maggiore perfusione periferica.

Più sangue raggiunge determinati tessuti.

E questo può aumentare la velocità con la quale il gas inerte viene trasportato verso di essi.

DAN riassume il fenomeno in maniera molto chiara: essere relativamente caldi durante discesa e permanenza sul fondo favorisce un maggiore uptake di gas inerte, mentre una condizione termoneutrale o moderatamente fresca tende a ridurlo.


Significa che dobbiamo avere freddo sul fondo?

No.

Questo è probabilmente il punto più importante dell’articolo.

Alcuni risultati sperimentali sono stati interpretati in maniera eccessivamente letterale:

“Se essere freschi sul fondo riduce l’assorbimento di azoto, allora conviene avere freddo.”

È una conclusione sbagliata.

Il ricercatore Wayne Gerth, commentando proprio questa interpretazione dei lavori della U.S. Navy Experimental Diving Unit, ha chiarito che i risultati non costituiscono una raccomandazione a raffreddarsi intenzionalmente né tantomeno a rischiare ipotermia.

Il concetto operativo sensato è:

evitare un riscaldamento eccessivo durante la fase di assorbimento, mantenendo contemporaneamente un’adeguata protezione termica.

In altre parole:

non dobbiamo essere né surriscaldati né infreddoliti.

L’obiettivo pratico è essere termicamente confortevoli o termoneutrali.


Fase 2: risalita e decompressione — il momento dell’off-gassing

Quando cominciamo a risalire, la situazione si inverte.

La pressione ambiente diminuisce.

I tessuti diventano sovrasaturi rispetto al gas respirato.

Il gas inerte deve quindi muoversi:

dal tessuto al sangue,

dal sangue ai polmoni,

dai polmoni all’ambiente.

Questo processo viene spesso chiamato:

off-gassing.

Ed è proprio durante questa fase che una buona perfusione diventa particolarmente utile.


Essere freddi durante la decompressione è molto meno desiderabile

Se il subacqueo diventa freddo durante la risalita e le soste, la vasocostrizione periferica riduce il flusso sanguigno verso alcuni tessuti.

Il gas inerte può quindi essere trasportato verso i polmoni meno efficacemente.

DAN descrive questo effetto come una possibile riduzione dell’eliminazione del gas e quindi un aumento dello stress decompressivo.

Possiamo rappresentare il concetto così:

sul fondo: essere eccessivamente caldi può favorire un maggiore on-gassing.

durante la decompressione: diventare freddi può rallentare l’off-gassing.

La combinazione potenzialmente peggiore è quindi intuitiva:

caldo sul fondo + freddo in decompressione.

Ed è esattamente ciò che alcuni esperimenti hanno mostrato.


Lo studio NEDU che cambiò il modo di pensare al freddo

Uno degli studi più interessanti sulla relazione fra temperatura e decompressione venne condotto dalla U.S. Navy Experimental Diving Unit — NEDU.

I ricercatori utilizzarono immersioni sperimentali nelle quali la temperatura dell’acqua veniva modificata fra fase di fondo e fase decompressiva.

In maniera semplificata vennero confrontate condizioni come:

caldo sul fondo / freddo in decompressione

e

freddo sul fondo / caldo in decompressione.

Il risultato fu impressionante.

Nella condizione warm/cold, cioè caldo durante la fase di fondo e freddo durante la decompressione, venne osservato un tasso di DCS del 22% in quella specifica esposizione sperimentale.

Nella condizione opposta cold/warm, nonostante il bottom time fosse stato esteso notevolmente, il tasso osservato fu circa 1,3%.

Queste percentuali non devono essere trasferite direttamente a un’immersione ricreativa.

Le condizioni sperimentali erano intenzionalmente particolari e servivano proprio a rendere visibile l’effetto termico.

Ma dimostrarono in modo molto forte un principio:

non conta soltanto quanto freddo o caldo siamo. Conta quando lo siamo.


Perché essere molto caldi sul fondo può aumentare l’assorbimento?

Il meccanismo principale proposto riguarda la circolazione.

Con il calore:

i vasi periferici si dilatano,

la perfusione aumenta,

il sangue trasporta più rapidamente il gas inerte ai tessuti.

Un esperimento umano sull’assorbimento e l’eliminazione dell’azoto ha mostrato che condizioni calde aumentavano la quantità di azoto assorbita rispetto a una condizione termoneutrale, mentre il freddo la riduceva.

È importante capire cosa significa.

Il computer vede:

30 metri,

25 minuti.

Ma non vede necessariamente che un subacqueo ha trascorso quei 25 minuti fortemente riscaldato da un sistema attivo mentre un altro era termoneutrale.

I loro profili digitali possono essere identici.

La loro fisiologia può non esserlo.


Il computer misura la temperatura dell’acqua. Non la tua temperatura.

Molti computer moderni mostrano la temperatura.

Questo può indurre a pensare che l’algoritmo decompressivo sappia quanto il subacqueo sia freddo.

In realtà non è così semplice.

Due subacquei possono essere nella stessa acqua a 12 °C.

Uno indossa una semistagna insufficiente.

L’altro una muta stagna con sottomuta pesante.

Un terzo utilizza un sistema riscaldato.

Il computer vede:

12 °C.

Ma i tre organismi stanno vivendo condizioni completamente diverse.

DAN sottolinea che la semplice temperatura dell’acqua non permette di calcolare lo stress termico del subacqueo e che i normali algoritmi non sono in grado di incorporare direttamente tutte queste differenze fisiologiche.


Ecco perché “il computer non mi ha dato deco” non racconta tutta la storia

Il computer calcola il profilo utilizzando un modello.

Può considerare:

profondità,

tempo,

gas,

impostazioni conservative,

eventualmente altri parametri.

Ma non sa necessariamente:

quanto hai tremato,

quanto hai vasocostretto,

quanto hai lavorato,

quanto eri caldo sul fondo,

quanto sei diventato freddo nella parte finale.

Questo non rende inutile il computer.

Significa semplicemente che il corpo è più complesso dell’algoritmo.


Il freddo modifica anche il comportamento

La decompressione non è l’unico problema.

Quando il subacqueo si raffredda, possono diminuire:

destrezza,

forza delle mani,

precisione dei movimenti,

capacità di manipolare clip e moschettoni,

velocità mentale,

attenzione.

Quando inizia il brivido, il corpo sta producendo calore attraverso contrazioni muscolari involontarie.

E contemporaneamente il subacqueo potrebbe dover:

lanciare un DSMB,

cambiare gas,

controllare il computer,

gestire una sosta,

mantenere l’assetto.

Quindi il freddo diventa anche un problema di human factors.


Il paradosso della muta stagna

La muta stagna protegge molto bene dal freddo.

Ma non è magicamente “calda”.

La protezione termica dipende soprattutto da:

sottomuta,

gas intrappolato,

compressione dell’isolante,

durata,

temperatura dell’acqua,

attività fisica.

Un sottomuta che sembra perfetto a 15 metri può essere meno efficace più in profondità perché la pressione comprime parte dell’isolamento.

Inoltre la parte più fredda dell’immersione potrebbe coincidere proprio con la decompressione:

quando il subacqueo è fermo,

non produce molto calore attraverso l’attività muscolare,

e ha già trascorso molto tempo in acqua.

Ed è precisamente il momento nel quale sarebbe preferibile non raffreddarsi eccessivamente.


Muta umida: il problema aumenta con la profondità

Il neoprene funziona grazie alle piccole celle di gas presenti nella struttura.

Con l’aumentare della pressione queste celle si comprimono.

Il neoprene diventa:

più sottile,

meno galleggiante,

meno isolante.

Questo significa che una muta da 7 mm in superficie non mantiene lo stesso spessore a 30 o 40 metri.

Il subacqueo può quindi percepire un progressivo peggioramento della protezione termica durante l’immersione.


Active heating: giubbetti e sottomuta riscaldati

I sistemi riscaldati elettricamente sono diventati molto diffusi, soprattutto nel technical diving.

Sono estremamente utili.

Ma introducono una considerazione decompressiva interessante.

Immaginiamo di utilizzare il riscaldamento alla massima potenza fin dall’inizio.

Sul fondo siamo molto caldi.

La perfusione periferica aumenta.

Poi, durante la decompressione:

la batteria termina.

Il sistema si guasta.

Il connettore smette di funzionare.

Ora abbiamo creato quasi artificialmente la sequenza:

warm → cold.

Cioè proprio quella che gli studi sperimentali indicano come meno desiderabile dal punto di vista decompressivo.

DAN evidenzia espressamente questo rischio nell’impiego dei sistemi riscaldati.


Come utilizzare allora il riscaldamento?

Non esiste una singola procedura universale valida per qualsiasi sistema e immersione.

Ma il principio fisiologico è chiaro.

Sul fondo:

evitare il surriscaldamento inutile.

Durante la decompressione:

evitare di diventare progressivamente freddi.

DAN ha suggerito, nel contesto delle immersioni con decompressione, di utilizzare il riscaldamento sul fondo quanto necessario per rimanere confortevoli e conservare capacità energetica sufficiente per poter mantenere il calore durante la fase decompressiva.

Questo non significa aspettare di congelare per accendere il riscaldamento.

Significa gestire il comfort in maniera ragionata.


Perché non bisogna raffreddarsi intenzionalmente sul fondo

Il freddo introduce altri rischi che superano qualunque teorico beneficio decompressivo.

Un subacqueo molto freddo può:

perdere destrezza,

consumare più gas,

avere difficoltà con l’attrezzatura,

ridurre la capacità decisionale,

sviluppare ipotermia.

E soprattutto il freddo che inizia sul fondo spesso continua durante la risalita.

Quindi il subacqueo potrebbe ottenere la combinazione peggiore:

moderatamente freddo durante l’on-gassing

e

ancora più freddo durante l’off-gassing.

Non è una strategia.

È un problema.


Freddo e sforzo: una combinazione importante

Supponiamo di avere freddo e contemporaneamente dover pinneggiare contro corrente.

Ora abbiamo:

vasocostrizione,

stress termico,

elevata attività muscolare,

produzione di CO₂,

aumento del consumo di gas.

DAN considera proprio lo sforzo intenso in profondità un ulteriore fattore di rischio decompressivo.

Ciò dimostra perché gli elementi dell’immersione non dovrebbero mai essere valutati isolatamente.


Essere freddi è un motivo sufficiente per terminare un’immersione?

Può esserlo.

Soprattutto quando il freddo non è più semplicemente:

“sento fresco.”

Se iniziano:

brividi persistenti,

perdita di sensibilità,

difficoltà manuali,

deterioramento del controllo dell’attrezzatura,

il margine operativo sta diminuendo.

Continuare semplicemente perché:

“il computer mi dà ancora venti minuti”

non ha senso.

Il computer calcola azoto.

Non misura la qualità delle nostre decisioni.


Il subacqueo che smette improvvisamente di tremare

Questo punto merita una precisazione importante.

Nel contesto di un raffreddamento importante, la scomparsa del brivido non deve essere automaticamente interpretata come un miglioramento.

Nell’ipotermia significativa i meccanismi di termoregolazione possono deteriorarsi.

Una persona molto fredda che smette di tremare può quindi richiedere particolare attenzione.

La vera gestione dell’ipotermia è un argomento medico specifico, ma per il subacqueo il messaggio è semplice:

non aspettare di arrivare a quel punto.


La fase post-immersione

La decompressione fisiologica non termina nel momento in cui usciamo dall’acqua.

Per ore continuiamo a eliminare gas inerte.

La temperatura continua quindi ad avere effetti sulla circolazione.

Questo non significa che un subacqueo debba rimanere volontariamente freddo dopo l’immersione.

Assolutamente no.

Dobbiamo recuperare il comfort termico.

Ma esiste qualche evidenza storica che suggerisce come un riscaldamento periferico estremamente rapido subito dopo esposizioni decompressivamente impegnative possa influire sulla dinamica delle bolle superficiali.

Un piccolo studio ha perfino osservato comparsa di sintomi cutanei dopo un rapido riscaldamento mediante doccia calda in condizioni sperimentali molto particolari.

Non significa:

“niente doccia dopo l’immersione.”

Significa semplicemente che anche qui non esiste un motivo per passare da un estremo termico all’altro in pochi secondi dopo un’immersione molto impegnativa.


Freddo, immersioni ricreative e decompressione tecnica

È importante distinguere i contesti.

Per una semplice immersione ricreativa di 35 minuti, ben dentro i limiti no-decompression, l’effetto termico può avere un’importanza operativa minore rispetto a quello che assume durante:

una lunga immersione tecnica,

un’esposizione profonda,

una lunga decompressione,

un’immersione in acqua molto fredda.

DAN ha sottolineato che gli effetti termici possono essere particolarmente rilevanti nelle immersioni con decompressione prolungata.

Ma il principio resta utile anche per il recreational diver:

non considerare il freddo soltanto un fastidio.


Una regola pratica migliore di “devo essere caldo”

La frase:

“devo essere caldo durante tutta l’immersione”

è eccessivamente semplicistica.

Una migliore strategia è:

devo essere adeguatamente protetto e termicamente stabile.

Durante la fase di fondo non è utile essere surriscaldati.

Durante la risalita non è desiderabile diventare progressivamente freddi.

E in nessun momento dobbiamo deliberatamente accettare un raffreddamento tale da compromettere comfort, capacità manuali o lucidità.


Il problema del “sono abituato al freddo”

La tolleranza soggettiva non equivale necessariamente alla risposta fisiologica.

Due persone possono descrivere la stessa acqua in maniera molto diversa:

“Per me è calda.”

“Per me è gelida.”

Ma la vasocostrizione e la temperatura periferica non dipendono soltanto dalla nostra opinione.

Anche un subacqueo che “sopporta benissimo il freddo” può essere fisiologicamente raffreddato.

La sensazione soggettiva è importante.

Ma non è uno strumento di laboratorio.


Il profilo peggiore: caldo, lavoro e poi freddo

Possiamo costruire un esempio utile.

Un subacqueo tecnico scende rapidamente.

Utilizza un sistema riscaldato molto potente.

Sul fondo lavora intensamente contro corrente.

Quindi abbiamo:

alta perfusione per il calore,

alta perfusione muscolare per l’esercizio,

elevata esposizione al gas inerte.

Poi inizia la decompressione.

La batteria del riscaldamento termina.

Il subacqueo resta fermo.

Comincia progressivamente a raffreddarsi.

La perfusione periferica diminuisce proprio nel momento dell’off-gassing.

Questo scenario raccoglie diversi elementi sfavorevoli.

Non significa che produrrà automaticamente una MDD.

Significa che il margine fisiologico si sta riducendo.


Il profilo più ragionevole

Ora consideriamo la strategia opposta.

Buona protezione passiva.

Comfort termico sul fondo senza surriscaldamento.

Sforzo contenuto.

Riscaldamento disponibile e affidabile per mantenere il comfort durante la lunga decompressione.

Buona gestione del gas.

Profilo conservativo.

Non stiamo cercando di “hackerare” la fisiologia.

Stiamo semplicemente evitando gli estremi.

Ed è probabilmente il modo più intelligente di interpretare i dati.


Il messaggio degli studi non è “freddo è buono”

Vale la pena ripeterlo.

Gli studi sulla temperatura mostrano che:

la perfusione cambia l’assorbimento e l’eliminazione del gas.

Non mostrano che:

il subacqueo dovrebbe cercare di avere freddo.

Gerth stesso ha chiarito che non sarebbe prudente esporsi intenzionalmente a condizioni fredde tali da aumentare altri rischi.

L’obiettivo è utilizzare questa conoscenza per evitare la condizione più sfavorevole, non per crearne artificialmente un’altra.


Conclusione

Il freddo sott’acqua non è semplicemente una questione di comfort.

Modifica la circolazione.

La circolazione modifica la perfusione.

La perfusione influenza il trasporto dei gas inerti.

E quindi la temperatura del subacqueo può influenzare lo stress decompressivo.

Durante la fase di fondo, un riscaldamento eccessivo può favorire un maggiore assorbimento di gas.

Durante la risalita e le soste, diventare freddi può ridurre l’efficienza con cui il gas viene eliminato.

La combinazione meno desiderabile è quindi:

molto caldo sul fondo e progressivamente freddo durante la decompressione.

Ma la soluzione non è congelarsi volontariamente nella prima parte dell’immersione.

La soluzione è molto più semplice:

protezione termica adeguata, niente surriscaldamenti inutili, niente raffreddamento significativo durante la risalita e margini decompressivi coerenti con le condizioni reali.

Il computer vede la temperatura dell’acqua.

Il corpo sente molto di più.

E quando parliamo di decompressione, è sempre il corpo — non il display — a dover gestire il gas.


Nota di sicurezza

L’articolo ha finalità divulgativa. Le immersioni con decompressione programmata e l’impiego di sistemi di riscaldamento attivo richiedono formazione, procedure e pianificazione appropriate. Il freddo significativo, il tremore incontrollabile o il deterioramento delle capacità manuali e cognitive sono condizioni incompatibili con il proseguimento ordinario dell’immersione.

Pier Paolo "Gus" Liuzzo

Mi chiamo Pier Paolo Liuzzo. Vivo a Tortona, una piccola città in provincia di Alessandria, a metà strada tra Milano e Genova. Pilota di linea ed amante del mare; di quello che conserva e racchiude fra le sue acque.

https://www.gusdiver.com

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