Le ondate di calore marine: cosa sta cambiando nei fondali del Mediterraneo.

Un subacqueo entra in acqua nello stesso punto da vent’anni.

Conosce quella parete.

Conosce le gorgonie.

Conosce le praterie di Posidonia.

Sa dove normalmente trova determinate specie.

Poi, immersione dopo immersione, qualcosa comincia a cambiare.

Le gorgonie mostrano zone necrotiche.

Alcune colonie muoiono.

Compaiono specie che anni prima erano rare.

La temperatura dell’acqua rimane insolitamente elevata anche a profondità importanti.

Quello che stiamo osservando non è soltanto la normale variabilità stagionale.

Nel Mediterraneo stanno diventando sempre più importanti le cosiddette:

Marine Heatwaves, cioè ondate di calore marine.

Copernicus indica che negli ultimi anni queste anomalie sono passate dall’essere eventi occasionali a fenomeni ricorrenti che possono interessare gran parte del bacino mediterraneo.

Che cos’è un’ondata di calore marina?

Pensiamo alle ondate di calore atmosferiche.

Per diversi giorni la temperatura rimane molto superiore rispetto ai valori normalmente attesi in quel periodo.

Lo stesso principio può essere applicato al mare.

Una Marine Heatwave è un periodo nel quale la temperatura dell’acqua rimane insolitamente elevata rispetto alla climatologia locale e stagionale.

Non significa semplicemente:

“oggi il mare è caldo”.

La definizione considera la temperatura rispetto a ciò che normalmente dovremmo aspettarci:

  • in quella zona;
  • in quel periodo dell’anno;
  • per una durata significativa.

Il problema biologico nasce soprattutto quando l’anomalia è:

intensa + estesa + prolungata.

Un Mediterraneo sempre più caldo

Il Mediterraneo è particolarmente vulnerabile.

Copernicus segnala che le temperature mediterranee stanno aumentando più rapidamente rispetto alla media globale e che negli ultimi anni le ondate di calore marine sono diventate fenomeni ricorrenti sull’intero bacino.

Il dato del 2025 è particolarmente significativo.

La temperatura media superficiale annuale del Mediterraneo è stata circa:

21,35 °C

ovvero:

1,03 °C sopra la media di riferimento.

Il 2025 è risultato il secondo anno più caldo mai registrato per la superficie del Mediterraneo, dietro soltanto al 2024, quando la media era stata circa 21,50 °C.

Non stiamo quindi parlando di una singola estate eccezionale.

Stiamo osservando una sequenza.

Il 2026 continua a mostrare temperature elevate

I dati Copernicus pubblicati nel luglio 2026 mostrano che anche il primo semestre del 2026 ha mantenuto un livello di calore oceanico molto elevato.

Tra gennaio e giugno la temperatura media superficiale del Mediterraneo ha raggiunto circa 18,07 °C, collocando il primo semestre del 2026 tra i più caldi registrati.

Questo significa che, entrando in acqua oggi, non stiamo osservando soltanto una previsione climatica futura.

Stiamo già immergendoci all’interno di un ecosistema che sta reagendo a condizioni differenti rispetto a quelle di alcuni decenni fa.

Superficie calda non significa necessariamente fondo caldo

Un punto importante per il subacqueo riguarda la stratificazione.

Durante l’estate possiamo trovare:

  • acqua molto calda in superficie;
  • un termoclino;
  • acqua più fresca in profondità.

Finché esiste questa separazione, molte specie profonde possono trovare una sorta di rifugio termico.

Ma durante alcune ondate di calore marine la massa di acqua calda può penetrare più profondamente o il termoclino può trovarsi insolitamente in basso.

Per una specie fissata al substrato questo cambia completamente la situazione.

Un pesce può spostarsi.

Una gorgonia no.

Il problema degli organismi sessili

Le specie sessili sono organismi che vivono permanentemente attaccati al substrato.

Pensiamo a:

  • gorgonie;
  • spugne;
  • coralli;
  • briozoi;
  • alcuni molluschi;
  • organismi incrostanti.

Se l’acqua diventa troppo calda, non possono semplicemente nuotare verso nord o scendere di profondità.

Devono sopportare quello stress.

Le ondate di calore marine nel Mediterraneo sono state associate a ripetuti episodi di mortalità di massa di organismi bentonici. Studi scientifici mostrano una particolare vulnerabilità delle specie che costruiscono habitat, comprese gorgonie e coralli.

Le gorgonie: le sentinelle del cambiamento

Per molti subacquei mediterranei le gorgonie rappresentano uno degli incontri più spettacolari.

La Paramuricea clavata, la classica gorgonia rossa, può formare vere foreste sommerse.

Queste colonie tridimensionali creano struttura.

Tra i loro rami vivono o trovano rifugio numerosi organismi.

Perdere una foresta di gorgonie non significa quindi soltanto perdere “un animale bello”.

Significa modificare l’intera architettura dell’habitat.

Quando una gorgonia soffre

Durante stress termici intensi possono comparire:

  • perdita del tessuto;
  • necrosi;
  • porzioni scheletriche esposte;
  • colonizzazione da parte di organismi opportunisti;
  • mortalità parziale;
  • mortalità completa della colonia.

Gli studi sulle popolazioni mediterranee di Paramuricea clavata documentano episodi di mortalità associati alle anomalie termiche e alle ondate di calore.

Perché una colonia morta è difficile da sostituire?

Una gorgonia adulta può avere decenni di crescita alle spalle.

Questo significa che il recupero non è necessariamente rapido.

Se un evento termico elimina molte colonie adulte e nuovi eventi si ripetono prima che la popolazione abbia recuperato, può verificarsi un problema cumulativo:

mortalità → lenta ricrescita → nuova ondata di calore → nuova mortalità.

Con eventi più frequenti diminuisce quindi il tempo disponibile per recuperare.

Posidonia oceanica: molto più di una pianta

Un’altra grande protagonista è la Posidonia oceanica.

Non è un’alga.

È una vera pianta marina con:

  • radici;
  • rizomi;
  • foglie;
  • fiori;
  • frutti.

È endemica del Mediterraneo e forma alcune delle strutture biologiche più importanti del nostro mare.

Secondo Copernicus, le praterie di Posidonia lungo le coste europee mediterranee coprono circa 19.000 km².

Perché la Posidonia è così importante?

Le praterie svolgono molte funzioni.

Costituiscono:

Habitat

Ospitano una grandissima quantità di organismi.

Nursery

Offrono rifugio ai giovani esemplari di numerose specie.

Stabilizzazione dei fondali

I rizomi contribuiscono a trattenere il sedimento.

Protezione costiera

Le praterie attenuano parte dell’energia del moto ondoso e contribuiscono a limitare l’erosione.

Accumulo di carbonio

La Posidonia immagazzina carbonio nei propri tessuti e soprattutto nei sedimenti e nelle strutture accumulate nel tempo.

Per questo la sua perdita non rappresenta soltanto un problema biologico.

È un problema ecosistemico.

Copernicus sottolinea il ruolo delle praterie mediterranee nella biodiversità, nella protezione costiera e nell’immagazzinamento di carbonio.

Posidonia e temperatura

Anche la Posidonia può essere sottoposta a stress termico.

Temperature elevate e prolungate sono state associate a:

  • aumento dello stress fisiologico;
  • riduzione della crescita;
  • minore produttività;
  • aumento della mortalità.

Copernicus evidenzia come le anomalie termiche persistenti rappresentino una minaccia crescente per queste praterie.

Ma la risposta della Posidonia non è sempre semplice

La natura raramente segue schemi semplici.

Uno studio pubblicato nel 2026 ha osservato, dopo le intense ondate di calore del 2022, una grande fioritura di Posidonia oceanica in alcune aree mediterranee.

Questo non significa che il caldo sia “positivo” per la Posidonia.

Può indicare una complessa risposta allo stress ambientale.

Una specie può infatti modificare il proprio comportamento riproduttivo quando sottoposta a condizioni eccezionali.

È un altro esempio di quanto profondamente il Mediterraneo stia reagendo alle anomalie termiche.

Il coralligeno sotto pressione

Il coralligeno rappresenta uno degli ecosistemi più complessi del Mediterraneo.

È formato lentamente attraverso l’interazione di:

  • alghe calcaree;
  • spugne;
  • briozoi;
  • gorgonie;
  • coralli;
  • ascidie;
  • altri organismi.

Sono strutture che possono richiedere tempi lunghissimi per svilupparsi.

Le ondate di calore possono colpire proprio molte delle specie che creano questa complessità.

Quando perdiamo gli organismi “costruttori”, il fondale può diventare progressivamente più semplice.

Una foresta animale

Le grandi gorgonie possono essere considerate vere foreste animali.

Creano una struttura tridimensionale che modifica:

  • correnti locali;
  • disponibilità di spazio;
  • sedimentazione;
  • illuminazione;
  • rifugi.

Studi recenti confermano che la presenza di foreste di Paramuricea clavata influenza significativamente la struttura delle comunità bentoniche circostanti.

Perdere le gorgonie significa quindi perdere parte della complessità dell’ecosistema.

Le specie mobili reagiscono diversamente

Un pesce ha un vantaggio rispetto a una gorgonia:

può muoversi.

Quando le temperature cambiano, alcune specie possono modificare:

  • profondità;
  • periodo riproduttivo;
  • distribuzione geografica;
  • area di alimentazione.

Nel Mediterraneo stiamo assistendo da tempo a un fenomeno di progressiva trasformazione delle comunità.

Le specie più termofile possono trovare condizioni sempre più favorevoli verso nord.

La “tropicalizzazione” del Mediterraneo

Il termine viene spesso utilizzato per descrivere la crescente presenza o espansione di specie tipiche di acque più calde.

Non significa che il Mediterraneo diventerà improvvisamente un mare tropicale.

Significa che alcune comunità biologiche possono assumere caratteristiche sempre più favorevoli alle specie termofile.

Il fenomeno è particolarmente evidente nel Mediterraneo orientale.

Il Canale di Suez

Il Mediterraneo ha inoltre una caratteristica unica:

è collegato al Mar Rosso attraverso il Canale di Suez.

Numerose specie originarie del Mar Rosso hanno attraversato il canale e colonizzato il Mediterraneo.

Il fenomeno è noto come:

migrazione lessepsiana.

Un Mediterraneo più caldo può rendere potenzialmente più favorevoli alcune aree a specie termofile già entrate nel bacino.

Il cambiamento climatico non è quindi l’unica causa delle invasioni biologiche, ma può interagire con esse.

Una specie nuova non è automaticamente una specie invasiva

È importante distinguere.

Specie aliena

Una specie presente fuori dalla propria distribuzione naturale a causa dell’attività umana.

Specie invasiva

Una specie aliena capace di espandersi rapidamente provocando significativi effetti ecologici o economici.

Non tutte le specie nuove che incontriamo sott’acqua devono quindi essere considerate automaticamente “pericolose”.

Il monitoraggio serve proprio a capire come stanno modificando l’ecosistema.

Meno ossigeno?

L’acqua calda può contenere meno ossigeno disciolto rispetto all’acqua fredda.

Inoltre temperature elevate modificano metabolismo e richiesta di ossigeno degli organismi.

In determinate condizioni questo può contribuire allo stress ambientale, soprattutto in zone già vulnerabili a:

  • eutrofizzazione;
  • stagnazione;
  • scarso ricambio;
  • forte pressione antropica.

Il riscaldamento non agisce quindi sempre da solo.

Spesso si combina con altri problemi.

La combinazione degli stress

Immaginiamo una prateria di Posidonia.

Subisce contemporaneamente:

  • aumento della temperatura;
  • ancoraggi;
  • inquinamento;
  • torbidità;
  • sviluppo costiero;
  • specie invasive.

Magari riesce a tollerare ciascun elemento separatamente.

La loro combinazione può però superare la capacità di resilienza dell’ecosistema.

Copernicus evidenzia proprio come al cambiamento climatico si sommino pressioni locali quali ancoraggio, dragaggi, sviluppo costiero e inquinamento.

L’ondata di calore non finisce quando la temperatura scende

Questo concetto è fondamentale.

Immaginiamo un’ondata di calore di tre settimane.

La temperatura torna normale.

Potremmo pensare:

“problema risolto”.

Non necessariamente.

Una colonia danneggiata può impiegare anni per recuperare.

Una colonia morta potrebbe non tornare.

Un habitat modificato può essere colonizzato da organismi differenti.

La conseguenza ecologica dell’evento può quindi durare enormemente più dell’evento stesso.

L’effetto cumulativo

Supponiamo che un’importante ondata di calore si verifichi una volta ogni molti decenni.

L’ecosistema può avere tempo di recuperare.

Se invece gli eventi diventano molto più frequenti:

evento → recupero parziale → nuovo evento → recupero ancora minore.

È questo uno dei problemi più importanti.

Copernicus riporta che nel periodo 2023-2025 l’intero Mediterraneo ha sperimentato almeno condizioni di Marine Heatwave classificate come “strong”, mentre almeno metà del bacino ha raggiunto condizioni “severe” o “extreme”.

Cosa può osservare concretamente un subacqueo?

Il subacqueo è un osservatore privilegiato.

Possiamo notare cambiamenti che dalla superficie sono invisibili.

Durante le immersioni possiamo osservare:

  • gorgonie con necrosi;
  • spugne danneggiate;
  • mortalità anomale;
  • modifiche nelle praterie;
  • presenza di nuove specie;
  • fioriture insolite;
  • variazioni nella distribuzione degli organismi.

Un singolo avvistamento non dimostra un cambiamento climatico.

Ma migliaia di osservazioni ripetute e documentate possono diventare dati utilissimi.

Fotografare sempre nello stesso punto

Una delle attività più semplici di Citizen Science consiste nel fotografare periodicamente lo stesso sito.

Per esempio:

stessa parete — stessa profondità — stesso periodo dell’anno.

Nel corso degli anni possiamo documentare:

  • crescita delle colonie;
  • mortalità;
  • recupero;
  • colonizzazione;
  • cambiamenti nella composizione.

Un’immagine isolata racconta un’immersione.

Una serie fotografica di dieci anni racconta una storia ecologica.

Registrare la temperatura

I computer subacquei registrano normalmente la temperatura.

Questi dati non sostituiscono strumenti oceanografici calibrati.

Possono però essere interessanti per il subacqueo che vuole osservare l’evoluzione del proprio sito abituale.

Registrare:

  • data;
  • profondità;
  • temperatura;
  • termoclino;

può creare nel tempo una piccola serie storica personale.

Attenzione alle conclusioni

Se oggi troviamo 27 °C a 20 metri e dieci anni fa ricordiamo che ce n’erano 23, non possiamo costruire una conclusione scientifica soltanto sulla memoria.

Servono serie di dati.

Ed è precisamente ciò che fanno sistemi come Copernicus:

utilizzano enormi quantità di osservazioni per distinguere la variabilità naturale dalle tendenze a lungo termine.

Aree Marine Protette: possono fermare un’ondata di calore?

No.

Un confine amministrativo non può bloccare l’acqua calda.

Una Marine Protected Area non crea un muro termico.

Ma può fare una cosa importantissima:

ridurre altri stress.

Un ecosistema protetto da:

  • pesca eccessiva;
  • ancoraggi;
  • distruzione degli habitat;
  • alcune forme di disturbo;

può avere maggiori possibilità di resistere e recuperare dopo uno stress climatico.

Copernicus evidenzia che conservazione e ripristino delle praterie di Posidonia possono aumentare resilienza e biodiversità.

Non possiamo “salvare il mare” spostando una gorgonia

Anche in questo caso bisogna evitare interventi improvvisati.

Una colonia apparentemente sofferente non deve essere:

  • toccata;
  • pulita;
  • spostata;
  • spezzata;
  • “curata” dal subacqueo.

Il nostro compito è soprattutto:

osservare e documentare.

Gli interventi di restauro devono essere gestiti nell’ambito di progetti scientifici e autorizzati.

Ridurre i piccoli stress che controlliamo

Non possiamo modificare la temperatura durante un’immersione.

Possiamo però evitare di aggiungere altri danni.

Per esempio:

  • non toccare le gorgonie;
  • controllare l’assetto;
  • evitare pinneggiate sul fondale;
  • non ancorare sulla Posidonia;
  • non raccogliere organismi;
  • segnalare reti fantasma;
  • rispettare le aree protette.

Ogni pressione evitata aumenta almeno in parte la possibilità dell’ecosistema di affrontare quelle che non possiamo evitare localmente.

Il Mediterraneo del futuro

Probabilmente il Mediterraneo delle prossime generazioni di subacquei non sarà identico a quello che abbiamo conosciuto.

Alcune specie diventeranno più rare.

Altre più comuni.

Alcuni habitat potrebbero ridursi.

Altri cambiare composizione.

Non significa necessariamente che il mare diventerà “vuoto”.

Significa che potrebbe diventare diverso.

Ed è proprio questa trasformazione a rappresentare la grande sfida ecologica.

Un cambiamento che possiamo vedere con i nostri occhi

Il cambiamento climatico viene spesso rappresentato attraverso:

  • grafici;
  • satelliti;
  • anomalie termiche;
  • modelli matematici.

Per un subacqueo può essere molto più concreto.

È una gorgonia che ricordavamo completamente rossa e che oggi mostra metà dello scheletro.

È una specie che vent’anni fa non vedevamo.

È il computer che registra temperature insolite alla quota dove ci aspettavamo il termoclino.

È una prateria che lentamente cambia.

Noi subacquei abbiamo quindi un privilegio particolare.

Possiamo osservare la trasformazione dall’interno.

Conclusioni

Le Marine Heatwaves non sono semplicemente “estati in cui il mare è caldo”.

Sono anomalie termiche persistenti capaci di produrre conseguenze profonde sugli ecosistemi.

Il Mediterraneo sta vivendo una fase di particolare vulnerabilità.

Nel 2025 la temperatura media superficiale ha raggiunto 21,35 °C, seconda soltanto al record del 2024; negli ultimi anni le condizioni di ondata di calore marina hanno interessato praticamente l’intero bacino.

Le conseguenze possono interessare:

  • gorgonie;
  • coralligeno;
  • spugne;
  • Posidonia;
  • distribuzione dei pesci;
  • specie termofile;
  • funzionamento dell’intero ecosistema.

Gli studi scientifici documentano ormai ripetuti eventi di mortalità di massa nel Mediterraneo collegati alle anomalie termiche.

Il mare non cambierà tutto in una notte.

Ed è forse proprio questo il problema.

Il cambiamento può avvenire lentamente, immersione dopo immersione, finché un giorno ci accorgiamo che quel fondale che conoscevamo perfettamente non è più lo stesso.

Per questo il subacqueo non dovrebbe essere soltanto un visitatore.

Può essere anche:

osservatore, fotografo, testimone e sentinella del mare.

Perché comprendere ciò che sta cambiando è il primo passo per capire ciò che vale ancora la pena proteggere.

Pier Paolo "Gus" Liuzzo

Mi chiamo Pier Paolo Liuzzo. Vivo a Tortona, una piccola città in provincia di Alessandria, a metà strada tra Milano e Genova. Pilota di linea ed amante del mare; di quello che conserva e racchiude fra le sue acque.

https://www.gusdiver.com

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