Le reti fantasma: il pericolo invisibile per pesci, tartarughe e subacquei.

Durante un’immersione può capitare di incontrare una vecchia rete adagiata sul fondo, impigliata su un relitto oppure sospesa tra rocce e strutture sommerse.

A prima vista potrebbe sembrare semplicemente un rifiuto.

In realtà quella rete potrebbe essere ancora perfettamente capace di fare ciò per cui era stata costruita:

catturare.

Quando reti, lenze, palangari, nasse o altre attrezzature da pesca vengono perse, abbandonate o disperse in mare si parla tecnicamente di ALDFG, acronimo inglese di Abandoned, Lost or otherwise Discarded Fishing Gear.

Più comunemente vengono chiamate:

ghost gear, oppure reti fantasma.

La FAO considera questo fenomeno un problema ambientale, economico e di sicurezza perché gli attrezzi perduti possono continuare a catturare organismi marini, danneggiare gli habitat bentonici e rappresentare un pericolo per la navigazione.

Per il subacqueo esiste inoltre un problema aggiuntivo:

una rete fantasma può trasformarsi in una trappola anche per noi.

Perché una rete continua a pescare anche quando nessuno la controlla?

Una rete da pesca non smette automaticamente di funzionare quando viene persa.

Se rimane distesa verticalmente oppure incastrata tra rocce, relitti o strutture sommerse, può continuare a intercettare animali.

Un pesce rimane intrappolato.

Muore.

Il suo corpo attira predatori e animali necrofagi.

Alcuni di questi rimangono a loro volta impigliati.

Il processo può ripetersi.

È questo il fenomeno noto come:

ghost fishing, cioè “pesca fantasma”.

La FAO sottolinea che proprio questa capacità degli attrezzi abbandonati di continuare a pescare rappresenta una delle principali conseguenze degli ALDFG, con effetti sia sulle specie bersaglio della pesca sia su specie protette e sugli ambienti bentonici.

Non esistono soltanto le reti

Quando parliamo di ghost gear immaginiamo immediatamente una grande rete.

Il problema è però molto più ampio.

Tra gli attrezzi che possono essere persi troviamo:

  • reti da posta;
  • reti da imbrocco;
  • reti a circuizione;
  • pezzi di reti da traino;
  • palangari;
  • lenze;
  • ami;
  • nasse;
  • trappole;
  • cavi;
  • boe;
  • sagole;
  • sistemi di ancoraggio degli attrezzi.

Non tutti continuano a pescare nello stesso modo.

Secondo la documentazione FAO, reti da posta e nasse/trappole hanno una particolare capacità di continuare a effettuare pesca fantasma, mentre altri attrezzi possono provocare soprattutto intrappolamento e danni agli habitat.

Perché vengono perse?

Non sempre una rete viene deliberatamente abbandonata.

Gli attrezzi possono essere persi per molte ragioni:

  • mare agitato;
  • correnti;
  • tempeste;
  • rottura delle cime;
  • incaglio sul fondale;
  • collisione con altre imbarcazioni;
  • interferenza tra diverse attività di pesca;
  • passaggio di grandi navi;
  • errori di posizionamento;
  • impossibilità di recuperare l’attrezzatura;
  • danneggiamenti durante le operazioni.

La FAO identifica infatti condizioni meteorologiche e fattori operativi tra le principali cause della perdita degli attrezzi.

Il problema nasce quando quell’attrezzatura rimane in mare.

Le vittime più evidenti: i pesci

Una rete fantasma può continuare a catturare pesci senza che nessuno li recuperi.

Dal punto di vista biologico si tratta quindi di una mortalità completamente inutile.

Non produce alimento.

Non produce reddito.

Non rappresenta una cattura registrata.

È semplicemente una sottrazione continua di organismi all’ecosistema.

Il fenomeno può interessare sia specie commerciali sia specie senza alcun interesse per la pesca.

Tartarguhe marine: una delle vittime più vulnerabili

Le tartarughe marine sono particolarmente esposte all’intrappolamento.

Nel Mediterraneo assume particolare importanza la Caretta caretta.

Le tartarughe devono periodicamente raggiungere la superficie per respirare.

Se rimangono intrappolate in una rete sommersa possono quindi morire per annegamento.

Il progetto europeo LIFE OASIS, attivo dal 2024 al 2029, considera proprio gli attrezzi persi una minaccia crescente per Caretta caretta nel Mediterraneo occidentale e centrale e sta sviluppando sistemi di prevenzione, segnalazione e recupero.

Delfini e altri mammiferi marini

Anche i mammiferi marini possono rimanere intrappolati.

Un delfino può inizialmente riuscire a nuotare portandosi dietro una parte della rete.

La situazione può però peggiorare progressivamente:

  • maggiore resistenza durante il nuoto;
  • ferite;
  • infezioni;
  • difficoltà nell’alimentazione;
  • limitazione dei movimenti;
  • impossibilità di emergere correttamente.

L’intrappolamento negli attrezzi da pesca perduti rappresenta uno dei problemi riconosciuti associati agli ALDFG.

Quando la rete cade sopra una gorgonia

Per il subacqueo del Mediterraneo esiste una scena purtroppo riconoscibile.

Parete verticale.

Gorgonie rosse.

E sopra di esse una vecchia rete.

La rete può essere spostata continuamente dalla corrente.

Questo significa che le maglie possono:

  • spezzare i rami;
  • abrasare i tessuti;
  • trascinare colonie;
  • danneggiare organismi incrostanti;
  • modificare piccole porzioni dell’habitat.

La letteratura sul marine litter mediterraneo evidenzia come gli attrezzi da pesca dispersi possano danneggiare reef, habitat bentonici e comunità associate.

Il danno diventa particolarmente serio quando vengono interessate specie a crescita lenta.

Una gorgonia impiega anni per sviluppare una struttura importante.

Distruggerla può richiedere pochi secondi.

I relitti: veri magneti per le reti

I relitti sono particolarmente vulnerabili.

Una rete trascinata dalla corrente può agganciarsi a:

  • alberi;
  • eliche;
  • sovrastrutture;
  • antenne;
  • parapetti;
  • argani;
  • gru;
  • parti metalliche sporgenti.

Una volta agganciata può aprirsi come una grande tenda.

Per il subacqueo il risultato può essere difficile da vedere.

Una rete sottile, colonizzata e ricoperta di sedimento può diventare quasi invisibile.

Peggio ancora in condizioni di:

  • scarsa visibilità;
  • immersione notturna;
  • profondità elevate;
  • uso di scooter;
  • penetrazione nel relitto.

Il pericolo per il subacqueo

L’intrappolamento è uno dei motivi per cui le reti fantasma devono essere trattate con grande cautela.

Un subacqueo può agganciare una rete con:

  • primo stadio;
  • rubinetteria;
  • manometro;
  • frusta;
  • torcia;
  • moschettoni;
  • pinne;
  • valvole;
  • bombole laterali;
  • scooter;
  • fotocamera;
  • reel.

Più l’attrezzatura presenta elementi sporgenti, maggiore sarà la possibilità che qualcosa venga catturato.

Il problema psicologico dell’intrappolamento

Il vero pericolo non è necessariamente la rete.

È quello che può accadere dopo.

Il subacqueo sente improvvisamente che qualcosa lo trattiene.

Prova a pinneggiare.

Non riesce ad avanzare.

Pinneggia più forte.

La rete si tende.

Il consumo di gas aumenta.

La respirazione accelera.

Compare stress.

Il subacqueo cerca di girarsi rapidamente per capire cosa succede.

Può agganciarsi ancora di più.

A quel punto il problema tecnico può trasformarsi in:

intrappolamento → stress → respirazione accelerata → consumo elevato → perdita della lucidità → panico.

Per questo la prima regola è:

non combattere contro la rete.

Se rimaniamo impigliati

La risposta dovrebbe essere metodica.

La priorità rimane:

respirare e mantenere il controllo.

Occorre evitare movimenti violenti.

Se possibile:

  1. fermarsi;
  2. stabilizzare l’assetto;
  3. segnalare il problema al compagno;
  4. capire dove si trova il punto di intrappolamento;
  5. procedere con calma alla liberazione.

Il compagno spesso vede molto meglio la situazione rispetto al subacqueo intrappolato.

Uno strumento da taglio è indispensabile?

È una delle dotazioni più semplici ma importanti dell’attrezzatura.

Molti subacquei portano almeno uno strumento da taglio.

Nelle configurazioni più orientate a relitti, immersioni tecniche o ambienti con potenziale rischio di intrappolamento è comune averne più di uno, posizionati in punti raggiungibili.

Possono essere utilizzati:

  • tagliasagole;
  • forbici;
  • piccoli coltelli;
  • cutter specifici.

La scelta dipende dal tipo di immersione e dall’addestramento.

La caratteristica fondamentale è che lo strumento sia:

raggiungibile anche con una sola mano.

Un coltello enorme posizionato dove non riusciamo ad arrivare quando siamo bloccati serve poco.

Coltello o line cutter?

Contro una sagola sottile, un line cutter può essere estremamente efficace.

Le reti più grosse possono richiedere strumenti differenti.

In alcune situazioni le forbici possono offrire un buon controllo.

Non esiste quindi necessariamente un unico strumento perfetto per tutte le situazioni.

L’aspetto importante è conoscere la propria attrezzatura.

Vedere una rete non significa doverla rimuovere

Qui arriva una distinzione fondamentale.

Un subacqueo vede una rete abbandonata.

Pensa:

“La tolgo, così faccio qualcosa di utile per l’ambiente.”

L’intenzione è ottima.

La decisione può essere estremamente pericolosa.

Il recupero di una grande rete fantasma non è una normale attività ricreativa.

Una rete può:

  • essere ancora fissata al fondo;
  • pesare centinaia di chilogrammi;
  • contenere piombi;
  • essere sotto tensione;
  • liberarsi improvvisamente;
  • sollevare sedimento;
  • cambiare assetto quando viene tagliata;
  • impigliarsi sul subacqueo;
  • intrappolare animali vivi;
  • modificare improvvisamente la galleggiabilità durante il recupero.

Per questo le operazioni organizzate di rimozione vengono pianificate con procedure specifiche e personale addestrato.

Il grande errore del pallone di sollevamento

Uno degli scenari più pericolosi è improvvisare il recupero attaccando un pallone alla rete.

Aggiungendo gas nel pallone possiamo creare una massa con forte galleggiabilità positiva.

Se improvvisamente la rete si libera:

rete + pallone + subacqueo eventualmente agganciato possono iniziare una risalita incontrollata.

Una procedura apparentemente semplice può trasformarsi in pochi secondi in un grave incidente.

Le missioni specialistiche di recupero pianificano proprio rischi come intrappolamento, peso, tensione della rete e sollevamento.

Il problema dei microplastiche

Le reti moderne sono costituite in larga parte da materiali sintetici.

Non “spariscono” quando si deteriorano.

Si frammentano.

Il risultato può essere la produzione di frammenti plastici progressivamente più piccoli.

Le attrezzature da pesca abbandonate sono riconosciute come una componente particolarmente dannosa dell’inquinamento plastico marino.

La rete quindi può continuare a produrre impatti anche quando non mantiene più la propria forma originale.

Il Mediterraneo è particolarmente vulnerabile

Il Mediterraneo è:

  • relativamente chiuso;
  • densamente popolato lungo le coste;
  • intensamente navigato;
  • intensamente sfruttato dalla pesca;
  • caratterizzato da moltissime attività ricreative.

Gli attrezzi perduti possono quindi concentrarsi su:

  • secche;
  • canyon;
  • scogliere;
  • relitti;
  • aree di pesca;
  • fondali rocciosi.

Non è casuale che numerosi progetti europei contro il ghost gear coinvolgano direttamente Italia, Malta, Croazia, Spagna e altri Paesi mediterranei.

La tecnologia può aiutare

La soluzione migliore non consiste soltanto nel recuperare le reti perse.

Consiste nell’impedire che vengano perse.

Nel 2026 il progetto europeo NETTAG+ ha concluso lo sviluppo e la sperimentazione di tecnologie specifiche, compreso MyGearTag, un sistema acustico progettato per permettere ai pescatori di localizzare e recuperare attrezzature perdute. Il dispositivo è stato testato anche in Italia, Croazia, Malta, Spagna e Portogallo.

Il principio è semplice:

se sappiamo dove si trova la rete, possiamo recuperarla prima che diventi ghost gear.

LIFE OASIS e il Mediterraneo

Un altro progetto europeo particolarmente interessante è LIFE OASIS.

L’obiettivo è intervenire su due fronti:

Prevenzione

Sviluppare attrezzature intelligenti e sistemi che permettano di ridurre la perdita degli strumenti da pesca.

Recupero

Creare reti di pescatori, navigatori e operatori in grado di:

  • segnalare attrezzi perduti;
  • raccogliere informazioni;
  • supportare il recupero;
  • segnalare tartarughe intrappolate.

Il progetto prevede attività in diversi Paesi mediterranei, compresa l’Italia.

Il pescatore non è il nemico

Quando si parla di reti fantasma è facile cadere nella contrapposizione:

subacquei contro pescatori.

È un errore.

Il pescatore perde:

  • un’attrezzatura costosa;
  • tempo;
  • possibilità di pesca;
  • risorse.

Una rete persa rappresenta quindi spesso un danno anche per chi pesca.

Proprio per questo i moderni programmi europei coinvolgono direttamente i pescatori nella prevenzione e nel recupero. NETTAG+ ha lavorato con più di 200 pescatori professionisti di diversi Paesi europei.

La soluzione più efficace nasce quindi dalla collaborazione.

Cosa dovrebbe fare un subacqueo quando trova una rete fantasma?

Se la rete non rappresenta un pericolo immediato per una persona, la cosa migliore generalmente non è improvvisarne la rimozione.

È molto più utile:

documentarla e segnalarla.

Possiamo raccogliere, quando possibile e in sicurezza:

  • coordinate GPS;
  • profondità;
  • dimensioni approssimative;
  • tipo di fondale;
  • presenza di animali intrappolati;
  • fotografie;
  • video;
  • eventuale presenza su un relitto.

Queste informazioni possono essere estremamente utili a chi organizzerà successivamente un recupero professionale.

Fotografare significa fare Citizen Science

Il subacqueo ricreativo possiede qualcosa che molte organizzazioni ambientali non hanno:

occhi sott’acqua.

Migliaia di immersioni vengono effettuate ogni giorno.

Se i subacquei segnalano:

  • reti;
  • rifiuti;
  • specie invasive;
  • mortalità anomale;
  • condizioni dei fondali;

possono diventare una rete di osservazione enorme.

Non serve necessariamente recuperare personalmente la rete per contribuire.

A volte la fotografia georeferenziata è già un’informazione preziosa.

Una rete fantasma è anche un problema di Human Factors

Consideriamo questo scenario.

Durante un’immersione su relitto vediamo una rete.

Decidiamo di tagliarne un pezzo.

La rete si muove.

Un’estremità si aggancia alla rubinetteria.

Cerchiamo di liberarci.

Solleviamo sedimento.

La visibilità diminuisce.

Il compagno non comprende immediatamente cosa stiamo facendo.

Aumenta il consumo.

La situazione peggiora.

Nessun singolo evento era necessariamente catastrofico.

Il problema è la catena degli errori.

La prevenzione consiste nel non iniziarla.

La regola più importante

Una rete fantasma è un problema ambientale.

Ma non dobbiamo trasformarla in un’emergenza subacquea.

Se non possediamo:

  • addestramento specifico;
  • squadra adeguata;
  • pianificazione;
  • attrezzatura;
  • supporto;

la scelta più intelligente è:

osservare, documentare, segnalare.

Conclusioni

Le reti fantasma rappresentano uno degli esempi più inquietanti dell’impatto umano sul mare.

Un attrezzo costruito per pescare può continuare a farlo anche dopo essere stato perso.

Pesci vengono catturati.

Tartarughe rimangono intrappolate.

Gorgonie vengono danneggiate.

Relitti vengono ricoperti.

Materiale plastico si degrada progressivamente.

E il pericolo può coinvolgere anche il subacqueo.

La FAO considera gli attrezzi da pesca abbandonati un problema ambientale, economico e di sicurezza su scala internazionale.

Fortunatamente qualcosa sta cambiando.

Tecnologie di localizzazione, marcatura degli attrezzi, programmi europei e collaborazione con pescatori e subacquei stanno cercando di affrontare il problema alla radice.

Per noi subacquei rimane però una regola fondamentale:

una rete fantasma va rispettata come qualsiasi altro pericolo sommerso.

Possiamo contribuire a eliminarla.

Ma dobbiamo farlo senza diventare noi stessi la sua prossima cattura.

Pier Paolo "Gus" Liuzzo

Mi chiamo Pier Paolo Liuzzo. Vivo a Tortona, una piccola città in provincia di Alessandria, a metà strada tra Milano e Genova. Pilota di linea ed amante del mare; di quello che conserva e racchiude fra le sue acque.

https://www.gusdiver.com

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