Il relitto dell’U455: silenzio alla memoria di Andrea “Murdock” Alpini

Il 1944 è sia l’anno di affondamento dell’U455, nei pressi di Punta Chiappa, sia l’anno in cui il fratello del celebre artista De Chirico, Alberto Savinio, pubblica il suo libro dedicato all’amore per il capoluogo meneghino, Ascolto il tuo cuore città.

Sono partito poco dopo l’alba, proprio dal capoluogo lombardo per raggiungere Genova e il resto del team. Oggi ci attende un’immersione sul bellissimo relitto del sommergibile tedesco U455.

Il sommergibile tedesco U-455 fu costruito per il Kriegsmarine della Germania nazista durante la seconda guerra mondiale. Fu varato il 21 giugno 1941 e consegnato il 21 agosto al Kapitänleutnant Hans-Henrich Giessler. Il battello aveva un equipaggio di 51 persone. Il suo servizio iniziò nella 5 ° U-boat Flotilla, e poi fu trasferito alla 7a flottiglia per supporto alle operazioni all’inizio del 1942 ed alla 29a flottiglia nel marzo 1944. Affondò tre navi per un totale di 17.685 tonnellate di registro lordo (GRT) prima di andare perduto nel Mar Ligure il 6 aprile 1944. Il suo relitto fu scoperto nel 2005 al largo di Genova. 

Mentre montiamo le attrezzature, i sorrisi lasciano poco per volta lo spazio al silenzio e alla concentrazione. In banchina tutto tace, ciascuno si prepara ad affrontare l’immersione con il giusto distacco emotivo che richiedono queste profondità. I rebreather sono pronti per essere caricati, io sarò l’unico a scendere in circuito aperto. Il silenzio irrompe la piacevole euforia che serpeggia tra il team. Abbiamo pianificato 25 minuti di fondo sul relitto a una profondità compresa tra i -87 metri della prua e i -119 metri dell’innesto del troncone principale nella sabbia del fondale.

Spiego alcune necessità strettamente dipendenti dalla fisiologia che m’impone il circuito aperto, Marco Mori illustra cosa vorrebbe fotografare del relitto e in che modo, così da inserire talvolta la figura umana. La diga foranea di Genova ci accompagna per alcuni minuti, poi il blu cobalto del mare prende il sopravvento. Individuato il pedagno sommerso e fatto l’ormeggio iniziamo a prepararci. Una volta effettuati i controlli di superficie, mi rilasso per qualche istante: sono gli attimi in cui stabilizzare battito cardiaco, frequenza respiratoria, tranquillità mentale. Erogatore in bocca, scambio di “Ok”, giù! Lascio che la cima scorra tra le dita indice e pollice della mano destra, poco alla volta acquisto velocità e scendo senza stop compensando dolcemente. Arrivato alla prua, verifico la corrente, arriva da levante, immediatamente penso che influirà sui miei consumi e allo stesso tempo mi affaticherò maggiormente negli spostamenti con bibo e quattro stage.

Il relitto è davvero un ago conficcato nel fondo del mare e la sua forma affusolata poco aiuta a proteggersi dalla corrente in questo frangente. Scendiamo lungo la murata di sinistra fino ai -119m. La visibilità oggi è ottima, si leggono chiaramente le strutture del sottomarino. Fermo l’occhio su un dettaglio che non avevo mai colto nelle precedenti immersioni. “È davvero quel che credo ciò che sto osservando?“. Tra le lamiere ritorte scovo una canna binata piuttosto importante, poi l’occhio legge distintamente la lavorazione a sbalzo che costituisce il foro che dava l’ultimo invito rotativo al proiettile. “È un cannoncino binato“, penso ed è proprio così: era l’armamento di poppa che è stato fondamentale per gli storici nell’attribuire la paternità del relitto all’U455 della Kriegsmarine.

I minuti spesi a questa quota non sono pochi e in circuito aperto hanno un gusto diverso oggi. Sento il cuore battere secco e lento nel torace. Ha un ritmo davvero cadenzato “bum”, pausa, “bum”, pausa, “bum”. In quel momento non ho avvertito il silenzio esterno del mare in cui ero avvolto, ma ho percepito quello che era il mio silenzio interiore. È stata un’esperienza totalizzante. Un’inspirazione e un colpo di pinne per prendere quota e risalire lungo la coperta mentre illumino con la torcia le due mitragliatrici ancora in posizione, poi ci fermiamo tutti e tre lungamente attorno alla torretta. La perlacea lente del periscopio è sempre più celata dalle ostriche che la colonizzano. Osservo il primo boccaporto aperto, poco al di sotto ce n’è un altro ancora più piccolo, quasi completamente chiuso salvo un’esile fessura. Oltre la fessura c’è un mondo che non deve essere conosciuto e profanato nemmeno con lo sguardo: riposano le ossa dell’intero equipaggio.

L’immagine che ho di fronte mi lascia un vuoto, lo stesso che l’architetto viennese Adolf Loos celebrava nei suoi scritti su cosa fosse architettura: Se in un bosco troviamo un tumulo lungo sei piedi e largo tre, disposto con la pala a forma di piramide, ci facciamo seri e qualcosa dice dentro di noi: qui è sepolto un uomo. Questa è architettura. Cambiando il contesto ambientale, non muta d’efficacia il pensiero datato 1921. Scorro in rassegna le aperture che sulla murata di dritta servivano per far defluire l’acqua dallo scafo. Sono fessure nella notte che permettono di cogliere preziosi e minuti dettagli di ciò che sta al di sotto di ciò che si vede. È possibile fare tutto questo poiché il rivestimento in tek che componeva il pagliolato della coperta è stato eroso dal mare nel tempo. L’architettura metallica dello scafo è un susseguirsi di trame e ordito rinforzate da “X”.

Stabilizzo l’immagine per cogliere meglio alcuni dettagli e, dopo aver visto solamente tanti passa cavi, trovo ciò che cerco: l’argano salpa ancora (parecchio mimetizzato, ma molto affascinante) e poi il tubo per il lancio dei siluri sulla murata di dritta. Mi sposto dalla coperta e seguo la linea sinusoidale del sommergibile fin oltre lo scafo. Lascio il relitto di qualche metro standone al di sotto del profilo così che la corrente passi sopra di me senza arrecarmi fatica. L’U455 sembra un filante capodoglio pronto a riemergere. Ci restano alcuni minuti da spendere sul fondo. Dedico questo tempo a identificare la maestosa ancora sul lato di dritta. Seguo con la mano le due marre possenti per poi volgere lo sguardo verso i timoni di profondità. Un giro di walzer attorno alla prua ed è l’ora di tornare al punto di risalita. Inizia l’ascesa e la lunga decompressione, in silenzio, tra un respiro e una pausa, questa volta ad ascoltare il silenzio del mare che ci circonda. Accendo l’auto e riparte il disco dove lo avevo interrotto molte ore prima, quando sono arrivato al diving: I got a feeling I just can’t shake / I got a feeling that just won’t go away 

Bibliografia: Andrea “Murdock” Alpini – Ocean4future.org

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *