Disidratazione e decompressione: bere acqua riduce davvero il rischio di MDD?

“Bevi molto prima di immergerti perché la disidratazione provoca la malattia da decompressione.”

È una delle frasi più ripetute nei diving center.

Contiene una parte di buon senso.

Ma, formulata in questo modo, è scientificamente troppo semplicistica.

Il rapporto fra:

  • idratazione;
  • volume plasmatico;
  • circolazione;
  • produzione di urina;
  • immersione;
  • bolle;
  • malattia da decompressione;

è molto più complesso.

Bere adeguatamente è certamente una buona pratica per un subacqueo.

Ma non dobbiamo trasformare l’acqua in una specie di “antidoto alla MDD”.

DAN considera la disidratazione un possibile fattore contribuente, ma osserva che l’evidenza di un’associazione diretta e indipendente con la decompression sickness non è conclusiva.

Ed è proprio da questa distinzione che dobbiamo partire.


Prima domanda: perché ci disidratiamo immergendoci?

Molti subacquei trovano strano perdere liquidi sott’acqua.

Siamo letteralmente circondati da acqua.

Eppure il corpo non può utilizzare quell’acqua direttamente.

Al contrario, l’immersione favorisce alcuni meccanismi che possono aumentare la perdita di liquidi.

Uno dei più importanti è la:

diuresi da immersione.


Immersion diuresis: perché viene da urinare sott’acqua?

Quando entriamo in acqua, la pressione idrostatica comprime soprattutto i tessuti periferici e modifica la distribuzione del sangue.

Il sangue viene spostato maggiormente verso il torace.

Per l’organismo è come se il volume centrale fosse temporaneamente aumentato.

Il corpo reagisce modificando segnali ormonali e renali e aumentando la produzione di urina.

Da qui il fenomeno conosciuto da praticamente ogni subacqueo:

il bisogno di urinare durante l’immersione.

DAN descrive questo meccanismo come immersion diuresis e sottolinea che una lieve perdita di fluidi dopo l’immersione può essere una conseguenza fisiologica normale dell’immersione stessa, non necessariamente la causa di un eventuale problema decompressivo.

Questa distinzione è molto importante.


Il freddo può accentuare il fenomeno

In acqua fredda compare vasocostrizione periferica.

Il sangue viene ulteriormente centralizzato.

Questo può rafforzare i segnali che aumentano la diuresi.

Ecco perché anche un subacqueo che prima dell’immersione era perfettamente idratato può terminare la giornata con un bilancio idrico negativo.


Poi c’è la respirazione

Il gas che respiriamo dalla bombola è molto secco.

Deve essere riscaldato e umidificato dalle nostre vie respiratorie.

A ogni espirazione perdiamo una certa quantità di acqua.

L’effetto singolarmente può sembrare piccolo.

Ma aumenta con:

  • durata;
  • ventilazione;
  • profondità;
  • sforzo.

Un’immersione con corrente e ventilazione elevata può quindi contribuire maggiormente alla perdita respiratoria di acqua rispetto a un’immersione tranquilla.


E prima ancora di entrare in acqua?

Qui arriviamo forse al problema principale.

Molti subacquei iniziano la giornata già in deficit.

Consideriamo una classica vacanza diving.

La sera precedente:

  • cena abbondante;
  • alcol;
  • poco sonno.

La mattina:

  • sveglia presto;
  • caffè;
  • caldo;
  • trasferimento;
  • equipaggiamento;
  • sole;
  • sudorazione.

Poi:

  • muta;
  • bombola;
  • camminata sulla spiaggia;
  • barca.

Quando finalmente entriamo in acqua potremmo non partire dalla condizione ideale.


Ma che cosa c’entra tutto questo con la decompressione?

Per capirlo dobbiamo ricordare che la decompressione non è semplicemente un problema di “azoto dentro o fuori”.

Il trasporto dei gas avviene attraverso:

  • sangue;
  • perfusione;
  • tessuti;
  • gradienti di pressione.

Una riduzione significativa del volume plasmatico e modifiche emodinamiche potrebbero teoricamente modificare la perfusione e quindi influenzare la dinamica dei gas inerti.

Da qui nasce l’ipotesi:

una significativa disidratazione potrebbe aumentare lo stress decompressivo.

È fisiologicamente plausibile.

Ma plausibilità non significa automaticamente dimostrazione clinica.


Correlazione, meccanismo e causa non sono la stessa cosa

Quando un subacqueo sviluppa una MDD dopo un’immersione apparentemente corretta, si cercano fattori che possano spiegare l’evento.

Si sente allora dire:

“Era disidratato.”

Ma dobbiamo stare attenti.

Una persona può contemporaneamente essere:

  • disidratata;
  • stanca;
  • esposta al freddo;
  • reduce da immersioni repetitive;
  • poco allenata;
  • sottoposta a sforzo;
  • vicina ai limiti decompressivi.

Quale di questi elementi ha causato l’evento?

Forse nessuno singolarmente.

Forse diversi insieme.

È questo il motivo per cui identificare la disidratazione come causa unica è spesso impossibile.

DAN include fra i fattori ben riconosciuti per la DCI profondità/durata, acqua fredda, lavoro pesante in profondità e risalita rapida, mentre descrive la disidratazione fra i fattori potenzialmente associati ma per i quali l’evidenza resta meno conclusiva.


Che cosa ci dicono gli studi sugli esseri umani?

Esistono dati interessanti.

Uno studio su subacquei ha confrontato immersioni effettuate con e senza una specifica pre-idratazione.

I ricercatori hanno osservato una riduzione dell’attività delle bolle circolanti nel protocollo di pre-idratazione, insieme a differenze favorevoli nel volume plasmatico e nel bilancio idrico.

Questo è interessante.

Ma dobbiamo interpretarlo correttamente.

Lo studio misurava principalmente:

bolle venose rilevate con Doppler.

Non migliaia di casi clinici di MDD.


Bolle non significa automaticamente malattia

Dopo un’immersione possono comparire venous gas emboli, spesso definiti colloquialmente “silent bubbles”.

Molti subacquei possono presentare bolle senza alcun sintomo di MDD.

In generale, un carico maggiore di bolle è considerato un indicatore utile dello stress decompressivo, ma non esiste una relazione perfetta nella quale:

più bolle = inevitabilmente MDD.

Questo rende gli studi sulla pre-idratazione molto interessanti, ma non autorizza a concludere:

“Bevendo X litri eviti la MDD.”


Un altro studio sull’acqua prima dell’immersione

Una ricerca pubblicata nel 2021 ha studiato 20 subacquei suddividendoli secondo differenti quantità di acqua assunte prima dell’immersione e ha valutato le bolle circolanti dopo una immersione a 30 metri.

Gli autori hanno osservato differenze nella formazione di bolle fra i gruppi, suggerendo che il livello di pre-idratazione può influenzare lo stress decompressivo misurabile.

Anche qui:

risultato interessante.

Ma campione piccolo.

E bolle, non incidenza clinica su vasta scala della MDD.


E gli studi animali?

In modelli animali sono stati ottenuti risultati ancora più marcati.

Uno studio su ratti sottoposti a immersione simulata ha osservato una netta riduzione della DCS nei gruppi pre-idratati rispetto ai controlli.

Nel gruppo con maggiore pre-idratazione gli animali senza segni di DCS arrivavano al 93%, contro il 40% del gruppo di controllo.

È un dato interessante.

Ma un ratto in una camera iperbarica non è un subacqueo ricreativo in mare.

La ricerca animale serve a comprendere meccanismi.

Non possiamo trasporre automaticamente quantità, protocolli e percentuali all’essere umano.


La letteratura complessiva è quindi…

…interessante, ma non definitiva.

Una revisione recente delle raccomandazioni nutrizionali per i subacquei descrive proprio questo quadro:

  • studi animali favorevoli;
  • alcuni risultati umani favorevoli;
  • evidenze non sempre concordanti;
  • campioni relativamente piccoli;
  • difficoltà nel tradurre le bolle circolanti direttamente nel rischio clinico di MDD.

La conclusione ragionevole non è:

“L’idratazione non serve.”

E nemmeno:

“Bere impedisce la MDD.”

È:

mantenere una normale e adeguata idratazione è una misura prudente, semplice e fisiologicamente sensata, ma non sostituisce una decompressione conservativa.


Bere moltissimo è ancora meglio?

No.

Questo è il secondo mito.

Se un litro è buono, tre litri tutti insieme non sono automaticamente migliori.

Il corpo ha meccanismi di regolazione molto sofisticati.

Bere enormi quantità in poco tempo può:

  • causare disagio;
  • aumentare enormemente la diuresi;
  • alterare l’equilibrio elettrolitico;
  • nei casi estremi contribuire all’iponatriemia.

Inoltre, sovraccaricare intenzionalmente il volume circolante non è necessariamente innocuo in persone predisposte a problemi come l’edema polmonare da immersione.

Le raccomandazioni UHMS citano esplicitamente il mantenimento di una normale idratazione, non una iperidratazione aggressiva, e osservano che un’assunzione eccessivamente aggressiva di liquidi non è necessariamente priva di rischi.

La parola chiave è:

euidratazione.

Non “riempirsi d’acqua”.


Quindi quanto devo bere?

Non esiste un numero universale valido per ogni subacqueo.

Il fabbisogno dipende da:

  • corporatura;
  • temperatura;
  • sudorazione;
  • dieta;
  • durata della giornata;
  • attività fisica;
  • numero di immersioni;
  • condizioni ambientali;
  • eventuali condizioni mediche.

Una regola molto più intelligente di “bevi X litri” è:

iniziare la giornata normalmente idratati e mantenere l’idratazione progressivamente.

Piccole assunzioni regolari sono normalmente più razionali del tentativo di recuperare tutto cinque minuti prima di entrare.


Il colore dell’urina

Viene spesso utilizzato come indicatore pratico.

Urine molto scure possono suggerire una maggiore concentrazione.

Urine molto chiare possono suggerire un’elevata diluizione.

Ma non è un test medico perfetto.

Può essere influenzato da:

  • integratori;
  • vitamine;
  • alimenti;
  • farmaci;
  • condizioni mediche.

Può comunque fornire, in un soggetto sano, un’indicazione grossolana insieme a:

  • sete;
  • quantità di urina;
  • sensazione generale;
  • esposizione al caldo.

La sete arriva sempre in tempo?

Non necessariamente.

La sete è un meccanismo eccellente, ma non sempre coincide perfettamente con il momento nel quale vorremmo iniziare a correggere un deficit prima di una lunga giornata di immersioni.

Il punto non è obbligarsi a bere enormemente senza sete.

È evitare di passare ore:

  • al sole;
  • sotto sforzo;
  • sudando;

senza assumere liquidi e poi tentare di recuperare tutto immediatamente prima del tuffo.


Acqua o bevande con elettroliti?

Per una normale immersione ricreativa in condizioni moderate, l’acqua e una normale alimentazione sono spesso sufficienti.

Gli elettroliti possono diventare più rilevanti quando esistono:

  • sudorazione importante;
  • caldo;
  • molte ore di attività;
  • più immersioni;
  • perdite significative.

Non esiste però alcuna bevanda “anti-MDD”.

Un prodotto commerciale con sali minerali non modifica le leggi della decompressione.


Alcol e giornata diving

L’alcol merita una considerazione distinta.

Il problema non è soltanto il suo possibile effetto sul bilancio dei fluidi.

Può influenzare anche:

  • qualità del sonno;
  • tempi di reazione;
  • giudizio;
  • coordinazione;
  • capacità di riconoscere sintomi;
  • benessere generale.

Arrivare alla prima immersione dopo una notte di alcol e poco sonno rappresenta quindi un insieme di fattori sfavorevoli, non semplicemente “un problema di disidratazione”.


Caffè: devo evitarlo?

Anche qui esistono miti.

Il fatto che la caffeina possa avere un effetto diuretico non significa automaticamente che una normale tazza di caffè provochi una disidratazione clinicamente significativa in una persona abituata a consumarla.

Il problema nasce quando:

“ho bevuto tre caffè”

diventa equivalente a:

“quindi sono idratato.”

Il caffè può far parte della normale giornata.

Ma non dovrebbe essere l’unica fonte di liquidi prima di una lunga giornata in barca.


Volare, viaggiare e poi immergersi

Molti viaggi subacquei combinano:

  • volo;
  • aria secca in cabina;
  • sonno scarso;
  • trasferimenti;
  • caldo tropicale;
  • alcol;
  • jet lag.

Il subacqueo può quindi arrivare al resort non nella condizione ottimale.

Questo non significa che un volo precedente renda automaticamente pericolosa l’immersione.

Significa che è ragionevole considerare la condizione generale dell’organismo prima di iniziare una giornata intensa.


Muta stagna e “non bevo perché poi devo urinare”

È una strategia sorprendentemente comune.

Il subacqueo pensa:

“Se bevo meno, non avrò bisogno di urinare durante l’immersione.”

Il problema è che la diuresi da immersione può verificarsi comunque.

Quindi possiamo partire già con un bilancio idrico meno favorevole e perdere ulteriormente fluidi durante l’immersione.

La soluzione più razionale per immersioni lunghe non è disidratarsi intenzionalmente.

È gestire adeguatamente l’esposizione e, dove appropriato, utilizzare sistemi adatti al tipo di immersione.


Bere subito prima della discesa?

Meglio pensare in termini di giornata, non di cinque minuti.

Se arriviamo alla barca fortemente assetati e beviamo un’enorme quantità subito prima di vestirci, stiamo correggendo tardi una situazione che sarebbe stato più semplice prevenire.

Un approccio migliore è distribuire l’assunzione:

  • prima;
  • fra le immersioni;
  • dopo.

L’intervallo di superficie è un’opportunità

Durante il surface interval il subacqueo tende a pensare soprattutto a:

  • cambiare bombola;
  • loggare il computer;
  • mangiare;
  • parlare dell’immersione.

È anche un buon momento per assumere liquidi.

Specialmente se:

  • fa caldo;
  • abbiamo sudato;
  • abbiamo urinato molto;
  • l’immersione è stata impegnativa.

Naturalmente dobbiamo anche rispettare i requisiti di intervallo previsti dal profilo e dal computer.


Dopo l’immersione

La reidratazione continua anche dopo l’ultima immersione.

Ma ancora una volta:

bere non “lava via l’azoto”.

Questa espressione dovrebbe essere evitata.

L’eliminazione del gas inerte dipende dai gradienti di pressione, dalla perfusione e dalle dinamiche fisiologiche.

Una normale circolazione e un normale stato idrico sono favorevoli al funzionamento dell’organismo.

Ma l’acqua non entra nei tessuti e “scioglie le bolle” come un detergente.


Se sospetto una MDD devo semplicemente bere?

No.

Questo è essenziale.

Se dopo un’immersione compaiono sintomi compatibili con DCS, la gestione non consiste nel:

“Bere molta acqua e vedere se passa.”

DAN indica come elementi fondamentali:

  • riconoscimento;
  • primo soccorso;
  • ossigeno ad alta concentrazione quando disponibile e somministrato da personale addestrato;
  • attivazione dei servizi di emergenza;
  • valutazione medica appropriata.

I liquidi possono avere un ruolo nel contesto dell’assistenza, ma non devono ritardare ossigeno, valutazione o evacuazione.


Non tornare sott’acqua

Allo stesso modo, un subacqueo sintomatico non dovrebbe cercare di “risolvere” il problema tornando sott’acqua autonomamente.

DAN non raccomanda la ricompressione in acqua come procedura ordinaria e sottolinea i rischi significativi associati a questa pratica.

L’acqua bevuta e una seconda immersione non sono un trattamento della DCS.


Quali fattori contano molto di più?

La decompressione dovrebbe essere affrontata come un sistema.

Fra i fattori fondamentali vi sono:

  • profondità;
  • tempo;
  • profilo;
  • velocità di risalita;
  • immersioni repetitive;
  • gas;
  • temperatura;
  • lavoro;
  • stato fisico;
  • eventuali caratteristiche individuali.

Concentrarsi ossessivamente sull’idratazione rischia paradossalmente di farci trascurare fattori molto più importanti.

Una persona perfettamente idratata può comunque sviluppare MDD.

E una persona lievemente disidratata non svilupperà automaticamente MDD.


“Ho seguito il computer, quindi perché è successo?”

Perché nessun algoritmo può garantire rischio zero.

I computer decompressivi gestiscono probabilità e modelli.

Esistono casi di DCS anche dopo profili formalmente conformi.

La domanda utile non è quindi soltanto:

“Ho violato il computer?”

ma:

“Quanto conservativo era complessivamente il profilo e quali altri fattori erano presenti?”


Idratazione come parte di una strategia, non come talismano

Possiamo visualizzare la sicurezza decompressiva come una serie di margini.

Un po’ più di margine qui.

Un po’ più lì.

Per esempio:

  • profilo conservativo;
  • risalita controllata;
  • sforzo gestito;
  • protezione termica adeguata;
  • idratazione normale;
  • intervalli adeguati;
  • forma fisica ragionevole.

Nessuna singola misura annulla il rischio.

Insieme lo possono ridurre.

DAN sottolinea proprio che è più sensato utilizzare una serie di strategie di riduzione del rischio piuttosto che cercare una singola causa o una singola soluzione per la DCS.


Una routine pratica durante una giornata diving

Senza trasformare l’idratazione in una prescrizione medica universale, un approccio ragionevole può essere:

Il giorno precedente

Mangiare e bere normalmente.

Evitare eccessi che compromettano sonno e benessere.

Al risveglio

Assumere normalmente liquidi con la colazione.

Prima dell’immersione

Non aspettare di arrivare fortemente assetati.

Intervallo di superficie

Bere gradualmente, soprattutto in presenza di caldo e sudorazione.

Dopo l’ultima immersione

Continuare una normale reidratazione durante il resto della giornata.

Semplice.

Niente rituali.

Niente “carico d’acqua” estremo.


Eccesso e difetto sono entrambi cattivi consiglieri

Nella subacquea esiste spesso una tendenza a trasformare un consiglio sensato in una regola assoluta.

“Essere disidratati non è ideale.”

diventa:

“Devo bere tre litri prima di immergermi.”

Non è la stessa cosa.

L’obiettivo non è essere “super-idratati”.

È essere normalmente idratati.


Che cosa possiamo affermare con ragionevole sicurezza?

Possiamo dire che:

1. L’immersione può favorire perdita di liquidi attraverso diuresi da immersione e altri meccanismi.

2. Una marcata disidratazione non rappresenta una condizione fisiologica desiderabile per una giornata diving.

3. Esistono studi umani e animali che suggeriscono che la pre-idratazione possa ridurre alcune misure dello stress decompressivo o l’incidenza di DCS in modelli sperimentali.

4. L’evidenza non è sufficiente per affermare che una quantità specifica di acqua prevenga la MDD negli esseri umani.

5. La disidratazione non dovrebbe essere indicata automaticamente come spiegazione di ogni caso di MDD “immeritata”. DAN ha recentemente ribadito proprio questo punto.

6. L’idratazione deve essere considerata una delle molte componenti della gestione complessiva del rischio decompressivo.


Conclusione

Quindi:

bere acqua riduce davvero il rischio di malattia da decompressione?

La risposta scientificamente più corretta è:

probabilmente mantenere una normale idratazione è favorevole e alcuni studi mostrano effetti positivi sullo stress decompressivo, ma non abbiamo basi per considerare l’idratazione una protezione autonoma o garantita contro la MDD.

Bere adeguatamente è facile.

È sensato.

Fa parte di una buona preparazione.

Ma non consente di:

  • allungare il bottom time;
  • abbreviare le soste;
  • salire più velocemente;
  • ignorare il computer;
  • compensare immersioni aggressive.

L’acqua non è un algoritmo decompressivo.

Non è un farmaco anti-bolle.

Non è una garanzia.

È semplicemente una delle condizioni che aiutano il nostro organismo a lavorare nella maniera per cui è progettato.

E in subacquea, dove cerchiamo continuamente piccoli margini di sicurezza, questo è già un ottimo motivo per non iniziare un’immersione disidratati.


Nota medica

Questo articolo ha finalità divulgativa e non sostituisce la valutazione di un medico esperto in medicina subacquea. In presenza di sintomi sospetti dopo un’immersione è necessario interrompere l’attività subacquea e richiedere valutazione e assistenza appropriate; la semplice assunzione di liquidi non costituisce trattamento della malattia da decompressione.

Pier Paolo "Gus" Liuzzo

Mi chiamo Pier Paolo Liuzzo. Vivo a Tortona, una piccola città in provincia di Alessandria, a metà strada tra Milano e Genova. Pilota di linea ed amante del mare; di quello che conserva e racchiude fra le sue acque.

https://www.gusdiver.com

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