I pesci provano dolore?

Sappiamo che i pesci siano in grado di memorizzare eventi e luoghi. Sono cioè in grado di associare, per esempio, la presenza di cibo ad un luogo particolare o la sicurezza di un rifugio alla presenza di un predatore. E poi di richiamare il ricordo quando necessario. Non c’è granché da stupirsi, se un animale è in grado di sopravvivere e riprodursi in un ambiente ostile, vuol dire che è dotato degli apparati sensoriali necessari allo scopo. Deve essere dotato, quindi, di sensori che lo mettano in grado di interagire con l’ambiente circostante e di capacità cognitive, almeno sufficienti a permettere delle risposte adeguate agli stimoli sensoriali esterni. Meglio ancora, se oltre alle risposte immediate, è in grado di imparare ad evitare situazioni dannose e invece ricercare attivamente situazioni da cui trae beneficio.
Anche una lumaca è in grado di farlo ed abbiamo visto che la memoria dei pesci non è poi così limitata come si pensava.
Come reagiscono però i pesci alla “pesca sportiva”? Provano dolore alla puntura di un amoE la cattura e il rilascio provocano uno stress al pesce?

Vediamo di scoprirlo assieme.
Innanzitutto, è meglio precisare, perchè queste sono domande importanti. Per molti anni si è’ ritenuto che i pesci non fossero in grado di percepire il dolore, tant’è vero che la stragrande maggioranza delle nazioni ha delle leggi che limitano i metodi di soppressione di animali da allevamento, ma nessuna di esse ha dei protocolli che riguardano i pesci.
Soltanto in tempi recenti si è posto il problema della percezione del dolore nei pesci. Questo deriva da questioni etiche relativamente nuove che si interrogano sull’impatto delle attività umane sulla fauna selvatica, ma anche da movimenti per l’abolizione dell’allevamento e i diritti animali. Alcuni di questi movimenti, abbastanza paradossalmente, hanno portato all’instaurazione di leggi che obbligano alla soppressione del pescato (alcuni cantoni della Svizzera).
La questione, anche se la maggior parte dei pescatori non se la pone, è dunque abbastanza importante ma è altrettanto facile da dirimere? In linea teorica basterebbe “vedere” se i pesci sono dotati dei recettori necessari all’esperienza del dolore, se questi sono collegati tramite nervi al cervello ed infine se quest’ultimo reagisce alla stimolazione di questi recettori con delle risposte, che possiamo identificare univocamente.
Molto più semplice a dirsi che a farsi. Vediamo di fare una cronistoria degli studi in materia e poi, se possibile, trarne alcune conclusioni.
Verhejen e Buwalda, nel 1988 fecero un pamphlet in olandese che venne salutato come la prova conclusiva che i pesci provano dolore durante la cattura. Già nel 1987, l’etologo italiano Bruno D’Udine ne da un resoconto nella rubrica Tuttoscienze sul giornale La Stampa.

James Rose, nel 2002, compila una revisione della letteratura in merito per concludere che i pesci non sono in grado di provare dolore nel senso che, pur presentando reazione a stimoli negativi esterni, la reazione viene espletata a livello inconscio e da riflessi basali/spinali.
Secondo Rose, i pesci non hanno abbastanza nociocettori e il cervello dei pesci, mancando di neocorteccia (esclusiva dei mammiferi), non è in grado di interpretare emotivamente paura e dolore. Questa visione è stata confrontata da uno studio del gruppo di lavoro di Laura Sneddon nel 2003. Il gruppo della Sneddon ha identificato inequivocabilmente dei nociocettori nella bocca dei pesci e sottolineato come si creino delle risposte comportamentali associate al dolore fisico. Da allora sono state scritte molte revisioni della letteratura in merito e grandi nomi si sono schierati a favore dell’una o dell’altra tesi.
Arlinghaus ed altri del suo gruppo, hanno scritto alcuni articoli sposando la tesi di Rose. Altri sostenitori di questa tesi sono Bruno Broughton e l’italiano Ivano Confortini.
Huntingford ed altri autori, però, hanno sostenuto e sostengono la validità della tesi di Sneddon.
Nel 2009 esce un altro articolo sperimentale firmato da Nordgreen e il suo gruppo di lavoro. Stavolta si usa il pesce rosso come organismo modello e si testa l’effetto della temperatura e di analgesici che dovrebbero aumentare la soglia del dolore. La loro conclusione è che i pesci sono in grado di provare dolore.

Queste tesi abbastanza opposte, sono state al centro di un intenso dibattito che dura ancora al giorno d’oggi, dibattito che si basa per lo più su nozioni astratte piuttosto che su esperimenti diretti e per un motivo molto semplice: non si può misurare la coscienza.


Come dirimere la questione dunque? Possiamo almeno rispondere alle domande iniziali?

Come reagiscono i pesci alla pesca sportiva?
Nei limiti della loro memoria, i pesci tenderanno ad evitare una ricattura da parte del pescatore, identificandola come un’esperienza negativa.
Provano dolore alla puntura di un amo?
Si, almeno nel senso di essere in grado di percepire lo stimolo negativo dell’amo e di utilizzare reazioni specifiche a quello stimolo.
E la cattura e il rilascio provocano uno stress al pesce?
La cattura ed il rilascio provocano uno stress fisiologico misurabile, stress che viene ricordato dal pesce e ne modifica il comportamento.
Occorre a questo punto distinguere i livelli della questione:

  • i pesci sono capaci di evitare stimoli negativi esterni: su questo punto tutti gli scienziati concordano.
  • i pesci riescono a ricordare tali stimoli ed agire di conseguenza: anche su questo punto tutti gli autori concordano, c’è capacità di memoria e di modifiche nel comportamento per evitare questi stimoli negativi. Svariati studi riguardano per esempio l’evitare l’alimentazione con pesci provvisti di spine difensive, non in senso assoluto ma almeno relativo.
  • i pesci provano dolore: siccome la sensazione del dolore dipende dallo stato di coscienza dell’animale è su questo punto che gli autori si dividono. Per alcuni autori non c’è e non ci può essere coscienza senza una neocorteccia. I pesci, essendone privi, non potrebbero essere coscienti e di conseguenza nemmeno provare dolore secondo questa accezione.

Di sicuro non possiamo farne una questione di opinione o di sostenitori. Non possiamo metterci a contare gli scienziati pro o contro una certa idea e soppesare le loro qualifiche per poi arrivare ad una conclusione. Se possibile, la scienza non dovrebbe essere una questione di democrazia ma piuttosto di esperimenti e descrizioni della realtà più o meno valide.
In mancanza di uno strumento fisico per misurare la coscienza di una specie, è’ quasi impossibile dare una risposta completa alla domanda fondamentale di questo articolo.
Se fosse vera la tesi di Rose, cioè che senza la neocorteccia è impossibile provare vero dolore, solo i mammiferi ne sarebbero capaci. L’ipotesi che viene avanzata da alcuni è che le funzioni della neocorteccia siano espletate, almeno in parte e chissà a che livello, da altre parti del cervello, consentendo ai pesci, come a tutti gli altri animali, di avere una forma di coscienza dell’ambiente circostante e dei suoi stimoli. Così, come la memoria emozionale risiede nell’amigdala nei mammiferi e la sua funzione viene espletata omologamente dal pallio medio-laterale nei pesci.
Si può affermare con sicurezza che difficilmente nel giro della prossima generazione potremo dirimere la questione della coscienza o meno degli animali. Qualche generazione addietro eravamo nella stessa situazione per quanto riguardava le operazioni chirurgiche sui neonati (venivano fatte senza anestesia), che pur sono anatomicamente molto piu’ simili a noi.
Non potremo sapere dunque quali sono i sentimenti e le emozioni che prova un pesce; se provi paura e dolore durante la pesca o anche solo al suo ricordo.
Le evidenze sperimentali ci dicono solo che i pesci, come altri animali, sono in grado di percepire gli stimoli negativi e di rispondere di conseguenza (imparando ad evitarli, almeno per quanto la loro memoria consente). Per alcuni avere tutta la serie di reazioni relative al dolore che abbiamo in altri animali è motivo sufficiente per estendere gli stessi concetti di animal welfare anche ai pesci. Per altri no. Sicuramente, pur essendo cosciente del danno che provoco ai pesci durante l’attività di pesca sportiva non penso che smetterò di farlo, coscienza o meno. Anche sapendo che è un danno che infliggo solo per il mio divertimento e non per stretta necessità.
Catturo e rilascio il pesce per un mero fattore egoistico (prendere più pesci di taglia maggiore) più che per una questione etica (non uccidere) e d’altra parte non sono vegano. Spetta ad ognuno fare le proprie scelte ed essere coscienti delle relative conseguenze. Almeno spero di aver fatto un po’ più di chiarezza con questo articolo.

Recentemente e’ stato dato molto spazio su tutti i media ad un nuovo lavoro di Rose ed altri scienziati (Rose, J. D., Arlinghaus, R., Cooke, S. J., Diggles, B. K., Sawynok, W., Stevens, E. D. and Wynne, C. D. L. (2012), Can fish really feel pain?. Fish and Fisheries.), che condividono la sua opinione.
Innanzitutto occorre sottolineare che l’ultimo lavoro di Rose et al. è una review: cioè una revisione degli articoli finora pubblicati in materia e non un nuovo lavoro di ricerca.
Rose et al. sostengono argomenti sostanzialmente su 3 piani diversi:

  • che la reazione al dolore non è esattamente dolore, distinguendo in pratica quella che è la nociocezione (cioè la percezione di uno stimolo negativo) dal dolore vero e proprio (secondo Rose, cioè, quello legato ai sentimenti ed a funzioni cerebrali superiori) e discutendo sul tipo di fibre neuronali e sulle strutture cerebrali dedicate a questo compito;
  • che gli esperimenti condotti finora, principalmente da Sneddon, siano inficiati dai criteri usati per classificare le reazioni e non siano riproducibili, secondo Rose et al. gli effetti delle iniezioni sono interpretati male, e potrebbero essere il risultato della manipolazione stessa. Si stupisce, inoltre, che sostanze diverse producano reazioni, a suo dire, simili;
  • che i pesci, secondo Rose et al. non possedendo molte fibre e recettori di tipo C, non siano in grado di provare un dolore profondo ma soltanto stimoli superficiali.

Come al solito i media generalisti, affamati di click e notizie, non hanno esitato a dare un tono ancora più perentorio alle parole degli scienziati. Questo articolo, lungi dall’essere presentato come l’ultimo di una lunga serie, su di una questione decisamente spinosa, è stato trasposto come la prova definitiva che gli scienziati si sono decisi: i pesci non provano dolore.
Nel frattempo, però, Braithwaite, Mettam e Sneddon hanno pubblicato anche loro una buona dose di articoli e libri. Materiale che però non è stato considerato negli ultimi articoli sui media generalisti. Secondo questi scienziati la questione è piuttosto semplice:

I pesci sono in grado di percepire stimoli avversi/doloreSi
Si comportano come se provassero doloreSi
Se somministriamo antidolorifici, queste reazioni si attenuano? Si
Sono in grado di imparare ed evitare di farsi maleSi

Dunque i pesci provano dolore.

D’altra parte, un argomento portante è che, se non fossero in grado di provare dolore, nel senso vero del termine, non si sarebbero potuti evolvere in un ambiente ostile. Ed in effetti un qualsiasi animale deve poter capire quali sono gli stimoli nocivi e distinguerli da altri non-nocivi, anche se il successo del gruppo degli insetti (notoriamente considerati incapaci di provare dolore), proverebbe il contrario.
Per complicare le cose, quasi tutti gli autori concordano che molti di questi meccanismi di percezione del dolore siano specie-specifici, che cioè, specie diverse rispondano in maniera diversa allo stesso stimolo. Quindi non ci è dato sapere se la trota abbia le stesse capacità di provare dolore di un luccio o di una carpa.
Nel mezzo di questo marasma è giunta anche la dichiarazione di Cambridge sulla Coscienza Animale. In particolare, secondo questi scienziati, la coscienza e la consapevolezza (e quindi, anche la possibilità di provare dolore) sarebbero una caratteristica piuttosto comune nel regno animale, propria di tutte quelle classi in cui sussistano i presupposti neurofisiologici necessari. Non vi si fa esplicito riferimento ai pesci, ma essi rientrerebbero nella definizione data.
E’ un argomento più che spinoso, che vede una gran massa di speculazione e di interessi (anche in termini economici), ma il motivo principale per cui non è facile decidere, è che sconfina nell’etica, nella morale e, più in genrale, nell’empatia.
Tre argomenti che non toccherei neanche con un bastone (neanche se fosse lungo). Soprattutto è un argomento che ha notevoli risvolti pratici e legislativi. Se fosse raggiunto un consenso, diverse legislazioni nazionali ed internazionali (non solo regionali) dovrebbero essere riscritte e ci potrebbero essere serie ricadute economiche e sociali. Un consenso è (per fortuna o sfortuna) ben lungi dall’essere raggiunto.
Quello che posso dire, è che questo è un tema in cui persino gli scienziati più preparati tendono a dividersi in due categorie contrapposte. Questo è un tipico effetto di bias cognitivo, un meccanismo che non permette di considerare oggettivamente tutti i dati a disposizione, ma che al contrario, porta ad ignorare i dati che non sono favorevoli all’idea di partenza.
Questo meccanismo è ancora più esasperato nell’uomo comune e nei media generalisti (sia social media che testate giornalistiche). Se vogliamo spingerci un attimo più lontani, è un riflesso di una società che in generale è portata a trasformare tutto in una tribuna di stadio, dove tifosi dell’una o l’altra idea possono contrapporsi verbalmente. Il mondo, però, non ha bisogno di tifoserie, ma di persone preparate e pacate, che siano capaci di considerare tutti i dati (e quelli che verranno) in maniera oggettiva. Riusciremo a farlo?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *